Tasse

Truffa al fisco, ecco come funzionava il sistema per truccare le sentenze

Al centro dello scandalo ci sono le commissioni tributarie presso le quali si presentano i ricorsi fiscali

FISCO: CONTROLLI GDF-AGENZIA ENTRATE IN TUTTA ITALIA

Giuseppe Cordasco

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Ha le carte in regola per diventare un nuovo scandalo giudiziario di carattere nazionale, l’inchiesta che vede coinvolti a vario titolo le commissioni tributarie provinciali e regionali, gli organi giurisdizionali chiamati a decidere sui ricorsi fiscali. Da Milano a Catania, passando per Roma infatti, sono già decine le persone denunciate e anche arrestate nell’ambito di indagini che hanno portato alla luce un vero e proprio sistema di corruzione che mirava in pratica a pilotare le sentenze sempre a favore dei contribuenti e contro le decisioni dell’amministrazione tributaria. Un danno che per ora è stimabile in centinaia di milioni di euro, ma la cui entità potrebbe crescere a dismisura. Basti pensare infatti che solo nel 2015 le commissioni in questione sono state chiamate a decidere su circa 600mila contenziosi per un valore di gettito fiscale controverso pari a circa 50 miliardi di euro.

I primi arresti
Si riesce dunque a comprendere meglio perché alcune imprese siano state allettate dall’idea di pagare delle mazzette: per qualche decina di migliaia di euro infatti si sono viste cancellare sanzioni dell’ordine invece di decine di milioni di euro. Un malaffare che, per quanto scoperchiato finora dalle indagini, starebbe interessando, come accennato, in maniera trasversale tutto il Paese. A finire in manette c’è infatti il giudice della commissione tributaria provinciale di Milano, Luigi Vassallo, ma anche tre suoi colleghi di Roma: Luigi De Gregori, Onofrio D'Onghia Di Paola e Salvatore Castello. Ma l’elenco non finisce qui, perché l’arresto è scattato anche per il presidente di sezione della Commissione tributaria provinciale di Catania, il giudice Filippo Impallomeni. Insieme a loro le manette sono scattate anche per una vasta schiera di professionisti, tutti funzionali alla riuscita delle malversazioni, da avvocati a commercialisti, da ex dipendenti dell’Agenzia delle entrate a pubblici ufficiali. Insieme ovviamente agli imprenditori che risultavano i beneficiari ultimi delle sentenze taroccate. E l’inchiesta sembra essere solo agli inizi.

Commissioni tributarie, questi oggetti misteriosi
Sembra assurdo, eppure, interpellando un elenco lungo di possibili interlocutori che va da professori universitari a tecnici del settore fiscale, si scopre che quasi nessuno conosce in maniera adeguata il funzionamento delle commissioni tributarie. Si tratta di organi quanto mai tecnici, che sembrano vivere di una vita propria, lontano da qualsiasi clamore. Eppure, come già ricordato, sono proprio queste commissioni che ogni anno decidono su contenziosi fiscali dell’ordine di decine di miliardi di euro. Sanzioni inflitte dall’Agenzia delle entrate, oppure accuse di evasione rilevate dalla Guardia di Finanza possono finire nel nulla di fronte all’accoglimento di un ricorso del contribuente da parte delle commissioni in questione. Ma chi sono i componenti di queste commissioni?

Giudici onorari e altro
La procedura attuale prevede che sia il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, una sorta di Csm del fisco, a scegliere con un bando per titoli i componenti delle commissioni tributarie provinciali e regionali. La scelta può avvenire tra magistrati in servizio o a riposo (gli unici che possono essere nominati presidenti di commissione), ex dipendenti dell’Agenzia delle entrate, ufficiali della Guardia di finanza a riposo, notai, avvocati, commercialisti, tributaristi, ragionieri. Nonché geometri, architetti e ingegneri, che introdotti in origine per dirimere solo contenziosi catastali ora decidono anche su altre questioni. Dunque, quello che salta all’occhio subito è la mancanza di una vera e propria magistratura fiscale togata, e di una conseguente sostanziale incompetenza in materia tributaria dei nominati. A cominciare proprio dai magistrati, che nella maggior parte dei casi provengono dal penale.

E una conferma ulteriore a questa sensazione, arriva dal fatto che, nelle commissioni provinciali, è possibile essere nominati come membri anche se si è in possesso di una laurea in giurisprudenza o in economia e commercio da soli due anni. Se a questo si aggiunge che i soggetti in questione vengono remunerati poco e non con un fisso ma rispetto al numero di sentenze concluse, si comprende meglio quale sia l’apparato giurisdizionale a cui è delegata la risoluzione di centinaia di migliaia di contenziosi fiscali ogni anno. Una situazione preoccupante, che da tempo viene denunciata a vari livelli, e che ora è stata portata agli onori della cronaca da una vicenda giudiziaria i cui sviluppi al momento è difficile immaginare.


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