Tobin tax, la tassa dell’impotenza europea

La Tobin tax non porterà vantaggi al mercato, ma solo ad alcuni stati, che si prendono la rivincita sull’euro. Il rapporto tra liberismo e capitalismo.

Credits: Illustrazione di Luke Waller

Geminello Alvi

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Di James Tobin ascoltai una conferenza alla Banca d’Italia a fine anni 80, anziano professore di pratica delicatezza, che agitando precise tabelle mostrò che Ronald Reagan usava la spesa in disavanzo e le ricette di John Maynard Keynes, malgrado le sue promesse. Un accademico raffinato la cui trovata di tassare le transazioni finanziarie piace così tanto ad Angela Merkel e alla Francia da imporla alla Unione Europea. Asseconda lo sdegno degli europei e inoltre li consola della loro impotenza, e fa ritrovare all’Europa se stessa.

Giacché potrebbe dissertarsi tecnicamente di questa tassa, ma temo essa renderebbe all’Italia meno di quanto per esempio è costata al Monte dei Paschi l’Antonveneta. Meglio allora intendere questa misura, che dispiace agli inglesi e a Wall Street, come la conferma di un qualche ritorno dell’Europa continentale a se stessa. Non è un caso che col viso sempre mesto da Bruxelles il nostro Antonio Tajani annunci intanto un piano di reindustrializzazione europeo. Non si vede come sia possibile senza la svalutazione dell’euro imposta ai cinesi e quindi ai loro complici americani. E come la Tobin tax è misera cosa. Tuttavia, nell’intento riaffiora perlomeno la nostalgia di un’idea europea anzitutto continentale, napoleonica e quindi mercantilista.

Non bisognerà dimenticare infatti che la Tobin tax sarà il finale suggello del distinguersi della Gran Bretagna dall’Europa. Il premier David Cameron si è già felicitato d’avere in tasca sterline e non euro e si guarda bene di impegnare il suo stato nella follia dei vari fondi salvastati. Inoltre dissente dall’autorità bancaria europea, mentre la stampa di Londra ha sostituito le vignette satiriche con gli articoli derisori sull’euro. Per chiudere l’esperimento, o meglio usarlo per quanto gli serve e incassare qualche trasferimento da Bruxelles ma intanto lavorare per accordi con gli scandinavi o con gli altri neutrali, mancava solo a Londra il pretesto della Tobin tax.

Un gesto dal loro punto di vista sempre pratico che favorirà la City di Londra che non vi aderirà. Perciò la tassa agli inglesi pare ridicola. Con tutti i guai che ha l’Unione Europea, e la leadership di svagati ornitologhi come Herman Van Rompuy o di ex maoisti come José Barroso, che pare il cattivo di Marcellino pane e vino, la Ue è la migliore solo a inventare tasse.

E invece, per quanto velleitaria, a Parigi e Berlino la tassa è sentita altrimenti: come una rivalsa che echeggia Charles De Gaulle e Napoleone, ma anche Friedrich List, tedesco dell’Ottocento che fu l’anti Smith, sui cui consigli si plasmò la seconda rivoluzione industriale, quella della Germania. E insomma un continente europeo che si ricorda di non essere troppo adatto al liberismo, d’avere funzionato meglio con la Cee quando era il blocco continentale che lesinava col contagocce le importazioni di auto giapponesi, e d’avere lavorato peggio con la Ue.

L’euro della Bce e il calarsi le braghe di Bruxelles sui dazi in ossequio alle urgenze anglofone ci hanno ricolmato di beni di scarso pregio, ma a prezzo infimo. Servivano ai già prima deindustrializzati anglofoni che vivevano della finanza a Londra come negli Stati Uniti, e avevano perso il confronto con l’Oriente, ma riconvertirono gli orientali a comprargli il debito pubblico. Ma all’Europa l’addio alle sue tradizioni di economia continentale è servito male e meno.

La Tobin tax è il primo inconscio sintomo di ripensamento. E come tale va ripensato, certo augurandosi che finisca meglio dell’euro che da commedia sta evolvendo in tragedia. Si è inventata col plauso di Romano Prodi e di Carlo Azeglio Ciampi la massima minaccia alla stabilità monetaria dai tempi di Richard Nixon, e la macchina dell’euro funziona come un’arma distruttiva di massa, e non solo ormai per l’economia italiana. Considerati gli scarsi talenti delle élite europee, direi sani ma confusi gli intenti della Tobin tax, ma ne dubiterei…

Insomma, occorre considerare come il dare regole al mercato o lo sregolarlo non debba spiegarsi solamente in termini di più o meno mercato. Ma induca vantaggi ogni volta diversi per i vari stati, ai quali convengono in certe contingenze il liberismo e in altre i dazi o le tasse. E appunto gli Stati Uniti si servirono della Prima guerra mondiale per divenire il centro finanziario del mondo ma dopo avere indebitato l’Europa e l’Inghilterra, e averne regolato il debito di guerra reciproco. Prima della guerra la loro finanza era così debole che neppure poteva finanziare a breve i raccolti e le esportazioni di cotone.

E imporre alla sterlina nel dopoguerra il ritorno alla parità aurea d’anteguerra col dollaro non fu regola di minore prepotenza. Come fu esercizio di potere, dopo la Seconda guerra mondiale, imporre agli inglesi l’abbandono della preferenza imperiale e un liberismo che comodava solo agli Stati Uniti. In altri termini, mutare di poco o di molto le regole del mercato riscrive gli equilibri o le tensioni fra gli stati. E deve considerarsi che la Tobin tax non sarebbe un piccolo e nemmeno trascurabile regolamento.

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