Perché le tasse aumentano di più al Sud Italia

Paese spaccato in due nell'andamento della pressione fiscale: i territori più ricchi riducono i tributi, mentre i più poveri li aumentano

– Credits: Giuseppe Carotenuto / Imagoeconomica

Massimo Morici

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Sono due facce della stessa medaglia: c'è un Nord e un Sud della ricchezza, come ce ne sono altrettanti per la pressione fiscale.

A ripercorrere la linea gotica delle tasse questa volta è lo Svimez, l'associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno.

L'ultimo numero del trimestrale dell'associazione mette in mostra uno studio sulle entrate tributarie dei comuni dal 2007 al 2012, ossia nel quinquennio segnato dalla crisi finanziaria che ha contribuito ad affossare la già fragile economia italiana.

La conclusione dei tre ricercatori Federico Pica, Andrea Pierini e Salvatore Villani, che hanno rielaborato i dati del Siope, è la seguente: solo una ricchezza diffusa permette di ridurre le tasse.

E visto che il Mezzogiorno è più povero, la contemporanea "presenza di un Nord tributariamente regressivo e di un Sud progressivo" contribuisce ad accrescere le diseguaglianze del paese.

I tre vanno controcorrente e insistono parecchio sul concetto dei trasferimenti perequativi: oggi sono considerati un disvalore, ma nell’articolo 53 della Costituzione, sottolineano, è scritto chiaro e tondo che il sistema tributario è unitario, anche se articolato territorialmente.

E, quindi, solo la ridistribuzione delle risorse potrebbe "spezzare il circolo vizioso che da sempre frena lo sviluppo delle aree più povere", anche perché "a parità di ricchezza, i cittadini meridionali pagano di più ma usufruiscono di servizi ben peggiori non in linea con i tributi versati".

Torniamo al 2012: un veneto in media aveva un reddito pro capite di 29.477 euro e versava al proprio comune di residenza 532 euro.

Nello stesso anno, centinaia di chilometri più a Sud lungo l'Adriatico, un pugliese a fronte di un reddito di circa 17.246 euro pagava al proprio comune di residenza 3 euro in più, cioè poco più di 535 euro.

Peggio in Campania, dove un cittadino, guadagnando in media 13.000 euro in meno di un veneto (16.462 euro), ha sborsato nello stesso periodo 18 euro in più, oltre 550 euro.

Ma il dato più interessante è quello sulla pressione fiscale (entrate tributaria/pil) che dà un'idea della forbice tra le due aree del paese: al Nord è passata dall'1,36% del 2007 al 2,1% del 2012, con un aumento del 30%, mentre al Sud è volata del 44%, passando da 1,77% al 3,02%.

Considerando il solo 2012, al crescere del Pil, per ogni 1.000 euro pro capite in più nei Comuni del Nord il prelievo si è ridotto di 28 euro, mentre al Sud è aumentato di oltre 15 euro.

Dietro questi numeri e percentuali si celano, però, governi locali più efficaci nella gestione delle finanze, soprattutto al Nord, che hanno saputo differenziare le entrate, in genere concentrate in addizionale Irpef, ICI/IMU e tassa sui rifiuti (TARSU), orientando il gettito su fonti diverse.

Nel 2007, infatti, questi tre tributi coprivano il 99,7% delle entrate totali dei comuni settentrionali mentre al Sud il 90%. Cinque anni dopo, nel 2012, il loro peso è sceso al 72% al Nord, mentre nel Mezzogiorno è addirittura aumentato al 91%.

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