Tasse

Tasse: perché diminuiscono per le grandi imprese e aumentano per i lavoratori

A influire le decisioni di molti Paesi di abbassare le imposte sulle aziende per richiamare soprattutto le multinazionali

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Giuseppe Cordasco

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Il caso dell’Irlanda fa scuola, e non solo diventa emblematico di come un Paese possa far risalire il proprio Pil attirando le multinazionali, ma anche di come possa evolversi la tassazione generale, con effetti decisamente distorsivi che premiano le grandi imprese a tutto discapito dei privati cittadini e dei lavoratori.

E a confermare questo discutibilissimo fenomeno ci pensa uno studio del Financial Times, riportato oggi dal Sole24Ore, secondo il quale dal 2008 a oggi, ovvero dall’inizio della crisi, le multinazionali hanno visto mediamente il proprio livello di tassazione scendere del 9%.

Il tutto, mentre invece per le persone fisiche, ovvero per i normali cittadini, la pressione fiscale, nei Paesi dell’Ocse, è salita, secondo dati di Kpmg, ben del 6%. Ma quali meccanismi perversi hanno permesso il verificarsi di un tale processo?

Imposte light

Come già citato in apertura, il fenomeno determinante che ha permesso una tale evoluzione della pressione fiscale, tira in ballo comportamenti proprio come quello dell’Irlanda. Nell’isola verde infatti, la corporate tax, ovvero la tassa che colpisce le imprese, è passata dal 50% degli Anni Ottanta, addirittura al 12,5% di questi ultimi anni.

Una vera manna per tante multinazionali che hanno deciso di fissare la propria sede legale proprio a Dublino. Ma il caso irlandese non è certamente isolato. In tanti altri Paesi si è adottata una linea analoga, con il risultato che nei Paesi dell’Osce, la corporate tax è passata da un livello medio del 32% nel 2000, al 25% del 2015.

Tra le realtà che più di altre hanno puntato su un taglio delle tasse alle imprese vanno annoverate la Germania, il Canada, la Grecia e la Turchia. Ma quali effetti hanno avuto tali politiche fiscali sui privati cittadini e sui singoli lavoratori?

Un peso scaricato sui cittadini

In un periodo di crisi economica che ha avuto pesanti riverberi sulla stabilità finanziaria di molti Paesi, la maggior parte dei governi ha dovuto fare i conti con politiche di bilancio statali che hanno avuto al primo posto il contenimento dei deficit correnti e dei debiti pubblici.

In uno scenario di questo tipo è facile immaginare che se viene anche abbassata la quota di contributo fiscale delle grandi imprese e delle multinazionali, il peso finanziario non può che ricadere sulle spalle dei privati cittadini e dei lavoratori.

Ed è proprio quello che è avvenuto, con un aumento medio di tassazione che, come già segnalato, nei Paesi Ocse è stato del 6%. Un aumento che praticamente si è manifestato soprattutto con l’incremento dell’Iva il cui valore medio nei Paesi Ocse, è passato dal 17,6% del 2008 al 19,2% del 2015.

Lavoro e debito pubblico

Un vero salasso, difficile da accettare, anche quando viene addotta la giustificazione secondo cui la diminuzione delle tasse sulle grandi imprese avrebbe creato lavoro e quindi prosperità per tutti.

In effetti qualcosa si è mosso, ma gli effetti generali, soprattutto se si considera complessivamente l’area Ocse, vedono ancora tanti Paesi, a cominciare dal nostro, in gravi difficoltà. Insomma, il bene di qualcuno, nel caso specifico ad esempio dell’Irlanda, non è stato il bene di tutti.

E dunque, anche per ragioni di sostenibilità del welfare, non è escluso che in un prossimo futuro queste politiche fiscali possano cambiare. E un primo segnale è arrivato recentemente, quando l’Ue ha deciso di far pagare maggiori imposte ai grandi colossi del web.

E ancora una volta, guarda caso, a fare scuola è proprio l’Irlanda. La Commissione europea infatti, nell’estate del 2016, ha chiesto, tra gli altri, direttamente al governo di Dublino di recuperare 13 miliardi di tasse, che sarebbero state evase da Apple, grazie a un accordo fiscale specifico raggiunto con le autorità locali, e che l’Unione appunto aveva giudicato illegittimo.

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