La spending review e i problemi di Cottarelli

Basta fare due calcoli per scoprire che al governo mancano 31 miliardi per coprire i buchi di bilancio. E i famosi tagli alla spesa? Spariti. Così avanza il partito della patrimoniale

Carlo Cottarelli, il commissario alla spending review – Credits: GettyImages

Stefano Cingolani

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Dice un antico saggio orientale che chi ha due amori perde il cuore, chi ha due case perde la testa. E chi ha due uffici? Beh, bisogna chiederlo a Carlo Cottarelli, rimasto in bilico tra via XX settembre e largo Chigi. Attenti all’equivoco, non Palazzo Chigi, sede del governo italiano, ma una dépendance vicina, destinata al ministro per i Rapporti per il Parlamento e poco utilizzata visto che Maria Elena Boschi sta accanto al presidente del Consiglio.
Pescato da Enrico Letta al Fondo monetario internazionale con uno stipendio di 950 mila euro in tre anni e la promessa di avere carta bianca sulla spesa pubblica, Cottarelli è inciampato sulle slide di Renzi. Nel marzo scorso, anche il commissario ha prodotto le sue diapositive e ha messo a soqquadro i sancta sanctorum del Leviatano: 83 mila esuberi nel pubblico impiego, tagli alla polizia, la chiusura degli uffici decentrati, per non parlare delle pensioni considerate troppo alte rispetto alla media europea. "Solo ipotesi tecniche" ha smentito Renzi e ha prodotto tutt’altro fuoco d’artificio preelettorale. Così, Cottarelli ha capito che per lui sarebbe meglio non lasciare via XX settembre dove c’è Pier Carlo Padoan, vecchio compagno di squash a Washington il quale lo difende ricorrendo all’inglese: "Alive and kicking", è vivo e vegeto ha detto al Festival dell’economia di Trento. Ma ormai la spending review è un’araba fenice.

Come farà, allora, il governo a recuperare i 9 miliardi che mancano per l’aggiustamento strutturale richiesto dall’Unione europea? Quest’anno il bilancio pubblico si chiude con un calo delle entrate stimato in 605 milioni, un aumento delle spese pari a 1,798 miliardi e un indebitamento netto di 2,403 miliardi in più. Per rispettare le condizioni del Six pack, cioè la riforma del patto di stabilità varata nel 2011, all’Italia si chiede di ridurre il disavanzo strutturale (al netto degli interventi anticrisi) di almeno 1,32 punti percentuali di prodotto lordo nel biennio 2014-2015. Il risparmio programmato dal governo è di 0,7 per cento e la differenza porta a poco più di 9 miliardi. Guarda caso, nella tavola elaborata dalla Banca d’Italia le minori entrate per il cuneo fiscale ammontano proprio a 9,9 miliardi.

Nessuna manovra aggiuntiva, giura il ministro dell’Economia, perché scommette fino in fondo sulle proprie stime: il pil farà più 0,8 per cento e non più 0,6 come dice la Ue. Nel primo trimestre il prodotto lordo si è ridotto di un decimale di punto, il secondo trimestre è previsto in rimonta, ma non oltre tre decimali. Dunque, bene che vada la media del semestre farà registrare più 0,2. Per dare ragione al governo, dovremmo avere una crescita esponenziale di qui a Natale. Beato ottimismo della volontà.

Non solo. La prossima legge di stabilità deve rendere permanente il bonus di 80 euro. Le minori entrate per il taglio al cuneo fiscale sono calcolate, come abbiamo visto, in quasi 10 miliardi; per confermarle, occorre trovare una somma equivalente l’anno prossimo. Ma Renzi ha promesso di estendere il beneficio anche agli incapienti, dunque bisogna aggiungere almeno altri 2 miliardi secondo Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia. Il costo può triplicare volendo includere anche le pensioni medio-basse e gli autonomi.

Per recuperare risorse, imperversano ricette divergenti. La Ue chiede un aumento delle imposte sugli immobili, sui consumi (quindi un altro punto in più dell’Iva) e sull’ambiente. La Bundesbank batte su una patrimoniale straordinaria perché la ricchezza degli italiani è ancora 8 volte il prodotto lordo. Circola l’ipotesi di reintrodurre la tassa di successione. La Banca d’Italia, invece, auspica un aumento della domanda interna per consumi e, soprattutto investimenti. A condizione che venga finalmente tagliata la spesa corrente. Apriti cielo. Per limare 150 milioni dal bilancio Rai viene evocato addirittura il liberticidio.

Tra le promesse del governo c’è anche un riparmio di 700 milioni nelle spese sanitarie che mette in subbuglio le regioni. Secondo il ministro Beatrice Lorenzin si tratta di ridurre i servizi (lavanderia, pulizie, cancellerie), non la cura delle persone. Ma "la proposta non è equilibrata" sostiene Vasco Errani, presidente della conferenza delle Regioni, che rilancia i costi standard, cavallo di battaglia di Luca Zaja, governatore del Veneto: "Applicando la stessa regola all’intero apparato statale" spiega "si potrebbero risparmiare circa 30 miliardi l’anno, secondo gli studi del professor Luca Antonini". Esperto di federalismo fiscale, docente all’Università di Padova, Antonini viene presentato come l’anti-Cottarelli. La sua idea è di prendere 5 amministrazioni virtuose (Lombardia, Veneto, Emilia, Toscana, Umbria) e applicare gli stessi criteri anche a quelle sottoposte al piano di rientro (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Puglia e Sicilia). Se non ce la fanno, Errani propone che le istituzioni più efficienti mettano a disposizione le loro piattaforme di acquisto.

Però finora i costi standard, calcolati dall’autorità di vigilanza sui contratti pubblici, si sono infranti contro l’intreccio di interessi e clientele che consente a ogni amministrazione scostamenti anche di 4-5 volte. Funzionerà meglio la ricetta Errani? Difficile rispondere perché in molti casi non ci sono nemmeno i dati: solo il 40 per cento degli enti locali rispetta l’obbligo a fornire le cifre.

Conoscere per deliberare, scriveva Luigi Einaudi. Ma ormai sfuggono persino i parametri fondamentali. Se continua così, sostengono alcuni guru di borsa, l’Italia rischia di non produrre abbastanza reddito per pagare gli interessi: 81 miliardi che possono salire a 83 quest’anno. I mercati gufano. Nell’ipotesi peggiore, quella della Ue, il prodotto lordo dovrebbe aumentare di 93 miliardi. Dunque, il Paese è solvibile, però una volta servito il debito, cosa resta nelle mani di Renzi?

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