Settore nautico, Monti-Tafazzi sale in barca e affonda il mercato

L’aumento delle tasse sulla nautica, accusa l’Ucina, ha avuto un effetto disastroso sul settore. E ha danneggiato pure lo Stato

Credits: Edwin Stranner/Marka

La cura del governo Monti ha avuto pessimi effetti sulla nautica italiana. Tanto che il presidente dell’Ucina, l’unione delle imprese nautiche, Anton Francesco Albertone, presentando al Senato il rapporto dell’Osservatorio nautico nazionale ha chiesto che il nuovo governo attui «una terapia d’urto per rilanciare il settore».

Dalle tasse sulle barche decise nel dicembre 2011 si prevedeva un introito di 155 milioni di euro, ma ne sono stati incassati solo 25. Mentre le società pubbliche che gestiscono porti ne hanno persi 50, al netto dell’iva. Le vendite di natanti sono crollate in Italia dell’80 per cento e 10.500 posti di lavoro sono stati persi per la fuga dei proprietari di barche.

I tecnici del governo Monti hanno basato le loro previsioni su dati non certificati. Non esiste un registro nazionale dei natanti: ogni capitaneria di porto ha un brogliaccio scritto a mano per registrare il traffico. Così molti sono scappati all’estero perché temevano di essere tartassati, e oggetto delle verifiche sono stati solo gli armatori intercettati nei porti o in mare.

Tradotto in numeri, questo ha significato un -26 per cento di ormeggi annuali, -34 per cento di ormeggi di transito, -39 per cento di ricavi degli ormeggi a gestione pubblica e -60 per cento di spesa dei diportisti sul territorio. Con un buco totale nelle casse dello Stato di quasi 1 miliardo di euro.

Per di più nei porti i turisti hanno speso 490 milioni di euro in meno rispetto al 2011, così come sono stati persi 280 milioni tra iva e accise sui carburanti. Molte tra le barche rimaste nei porti italiani sono state messe in vendita, ma chi si azzarda a comprarle con il rischio di diventare preda degli esattori delle tasse? Insomma, dice Albertoni, bisogna cambiare atteggiamento culturale: armatore non vuol dire per forza evasore.

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