Serpico, il software-poliziotto bravo a spremere i contribuenti onesti

Lanciato nel 2012 dall'Agenzia delle entrate ha azzerato la nostra privacy fiscale. Ma non riesce a stanare l'evasione

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Un computer con la pagina aperta al programma Serpico – Credits: ANSA/FRANCO SILVI

Stefano Caviglia

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Quando l’Agenzia delle en­trate annunciò la nascita di un software anti-evasione fiscale chiamato Serpico, dal nome del poliziotto americano degli Anni 70 che si era quasi fatto ammazzare per combattere il crimine (prima di diventare il protagonista di un film di culto con la faccia di Al Pacino), tutti pensarono che il braccio della legge avrebbe finalmente raggiunto i contribuenti infedeli. Sono passati sei anni e non solo l’evasione è ancora massicciamente fra noi, ma nel frattempo il Fisco ha messo a dura prova la pazienza di tanti contribuenti onesti con le incongruenze tipiche dei sistemi automatici che sfuggono alla sorveglianza dell’occhio umano.

Su tutti, il caso che si verificò nell’estate del 2014, con le 75 mila lettere mandate «a puro scopo informativo» che segnalavano presunte incongruenze nella dichiarazione dell’anno precedente, suggerendo di integrarla pronta­mente per non incorrere nella verifica del redditometro. Evidentemente erano tali solo sulla carta e non in grado di reggere al contraddittorio con i diretti interessati, se è vero che nella stragrande maggioranza dei casi l’Agenzia non ha neppure provato a insistere.

È esattamente questo il limite di Serpico. Il super­poliziotto fiscale avrebbe dovuto consegnarci schiere di evasori, ma continua a cercare faticosamente di individuarli sulla base di elementi presuntivi. Mettendo da parte l’enfasi a cui la politica e l’amministrazione fiscale ci hanno abituato da anni si può definirlo un’interfaccia (gestita dalla società informatica Sogei) dell’Anagrafe tributaria che consente al Fisco di associare fra loro le informazioni provenienti dalle fonti diverse (128 banche dati).

È Serpico a dire alle migliaia di uomini del Fisco impegnati negli accertamenti che lo stesso contribuente che dichiara un certo reddito ha acquistato un’automobile, uno yacht o un appartamento, ha sottoscritto una polizza di assicurazione, pagato un biglietto aereo, una stanza d’albergo oppure regalato un gioiello. Di più, Serpico è anche in grado di riportare l’andamento del suo conto corrente bancario. E una volta tirate le som­me, segnala se in tutta questa selva di dati sono presenti anomalie che lo fanno considerare un sospetto evasore.

Ecco dunque la vera domanda: disponendo di informa­zioni così complete (500 milioni di dati all’anno) da aver azzerato la nostra privacy economica agli occhi del Fisco, perché Serpico non riesce a dare quel colpo formidabile all’evasione fiscale in cui tanti sperano, o dicono di sperare? La risposta è che l’analisi dei dati affidata alla tecnologia è utile, certo, ma non sostituisce il fattore umano, che forse manca o è insufficiente (esattamente quel che si disse della Cia dopo l’11 settembre). "In questi anni" dice a Panorama il presidente dell’associazione Contribuenti.it Vittorio Carlomagno, "c’è stato un crollo delle verifiche di persona. Ci si affida sempre più all’informatica, ma questa non può essere affidabile quanto i controlli sul campo".

Osservazio­ne perfettamente in linea con la Corte dei conti, che nella Relazione al rendiconto dello Stato di sei mesi fa ha detto chiaramente che nel 2015 sono calati in contemporanea sia i controlli che l’evasione recuperata. Insomma, se si punta tutto sulle banche dati non solo è difficile scoprire qualcosa di nuovo, ma si finisce pure per spremere sempre gli stessi, come accade da anni.

Infatti anche le modalità con cui si recupera questo gettito, piccolo o grande che sia, sono sotto accusa. "Altro che Serpico! A produrre gli incassi di cui si vanta l’Ammi­nistrazione sono soprattutto le regole del contenzioso, così favorevoli all’Agenzia e penalizzanti per i cittadini da spingere anche chi è del tutto innocente a cercare di accordarsi, pagando qualcosa per evitare anni di calvario" protesta l’avvocato tributarista Manuel Seri, di Macerata, che da trent’anni si occupa di casi del genere e nel 2012 ha scritto il capitolo sui rapporti fra Fisco e cittadini del libro Sudditi curato dall’economista Nicola Rossi.

Il com­mercialista milanese Guido Beltrame racconta di avere smesso di occuparsi del confronto diretto con l’ammini­strazione per la rabbia accumulata nei dialoghi con certi funzionari: "Usano Serpico per scegliere il contribuente da mettere nel mirino, ma poi vogliono solo sapere quanto è disposto a versare in più al Fisco. Cosa che nella loro testa non ha nulla a che vedere con la dimostrazione della presunta evasione fiscale". Se davvero funziona così, non ha molto a che spartire neppure con l’informatica, né con il vecchio poliziotto americano nemico del crimine.

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