Tasse

Offshore Leaks, così sono caduti i segreti dei paradisi fiscali

Svelati i nomi di 130 mila titolari di conti correnti da 170 Paesi, Italia inclusa

Uno scorcio delle Isole Vergini Britanniche, molto citate negli Offshore Leaks

Una WikiLeaks elevata all’ennesima potenza, che si sposta dal mondo della politica a quello della finanza. Un faro acceso sul suo lato più buio, segreto, fino a oggi apparentemente inviolabile: il denaro dirottato all’estero nei paradisi fiscali, dove c’è uno Stato che non vede o fa finta di non vedere, le tasse non sono un problema e l’anonimato è la base, il pilastro, non una semplice cautela.

Non più però, almeno non dappertutto, per merito - o colpa, a seconda degli interessi in gioco - di «Offshore Leaks», lo scandalo degli evasori vip, l'inchiesta extra large che partendo da una valanga di e-mail e documenti segreti svelati da una fonte ovviamente sconosciuta, scoperchia un vaso di Pandora gigantesco. Fa i nomi di 130 mila correntisti e 122 mila società di 170 Paesi, cita cognomi e a loro collega cifre per qualcosa come 32 mila miliardi di dollari.

Non c’è un Julian Assange della situazione a farsi paladino della libertà e della trasparenza, ma ci sono, come punto di partenza, tantissime evidenze: 260 gigabyte di dati, una mole di informazioni superiore, per capirci, di 162 volte rispetto a quelli pubblicati da WikiLeaks. Riferiti soprattutto, rileva il quotidiano inglese Guardian, alle Isole Vergini Britanniche che sul mare diafano e le società offshore basano la maggior parte della loro economia. Le informazioni sono state inviate più di un anno fa tramite un hard disk inserito in una busta al Consorzio internazionale di giornalisti investigativi con sede a Washington. Consorzio che dopo averle controllate a fondo grazie a un team di 38 testate e 46 Paesi, ora le pubblica in tutto il mondo.

Sia chiaro, il fatto di avere un conto all’estero non significa automaticamente che le tasse siano state evase, ma c’è una buona probabilità. Non a caso gli analisti parlano del «colpo più duro mai sferrato all’enorme buco nero dell’economia mondiale». Tra i nomi svelati sono rappresentate tutte le categorie che è lecito aspettarsi: politici, industriali, grandi esponenti della finanza mondiale e trafficanti d’armi. Abili a sfruttare una vera e propria industria di prestanome, contabili, notai e banche, incluse realtà di primissimo piano come le svizzere Ubs e Clariden, affiliata di Credit Suisse e la Deutsche Bank. Una filiera collaudata e impegnata, almeno così sembra, a fare sì che il denaro uscisse dai singoli Paesi e arrivasse senza intoppi e senza dare troppo nell'occhio nei paradisi fiscali.

Ma la vera curiosità è ovviamente togliersi lo sfizio di sapere, finalmente, chi sono questi paperoni con ricchezze offshore. I loro nomi stanno progressivamente emergendo in queste ore pubblicati da varie testate nazionali (in Italia il settimanale l’Espresso). E alcuni sono illustri: il defunto industriale e playboy, ex marito di Brigitte Bardot, Gunter Sachs, suicidatosi il 7 maggio 2011, che avrebbe creato due società e cinque trust alle Isole Cook, sei a Panama, alle Isole Vergini e in Lussemburgo. Un altro finanziere che ha nascosto i suoi beni alle Isole Vergini sarebbe l’oligarca russo Michail Fridman, che in queste operazioni si sarebbe fatto aiutare da Franz Wolf, 60 anni, figlio di Markus Wolf, capo dello spionaggio estero della Ddr.

Sempre nelle Isole Vergini sono 107 le società create da evasori fiscali greci, delle quali solo quattro erano note al fisco di Atene, mentre nella stessa località avrebbe trasferito i suoi beni anche la prima figlia dell’ex dittatore delle Filippine, Ferdinand Marcos, attuale governatore della provincia di Ilocos Norte. Alle Isole Vergini avrebbero i loro conti la moglie del vice premier russo, Igor Shuvalov, e due top manager del colosso russo Gasprom. La baronessa spagnola Carmen Cervera, vedova del collezionista d’arte svizzero Heinrich Thyssen-Bornemisza, utilizzerebbe una società domiciliata alle Isole Cook per acquisti milionari di opere d’arte presso le case d’aste Sotheby’s e Christie’s. Tra i quattromila cittadini americani che avrebbero evaso il fisco, viene citata anche Denise Rich, autrice delle musiche delle canzoni di molte star famose come Celine Dion.

Tra gli italiani, in tutto duecento, ci sarebbero invece Gaetano Terrin, già commercialista dello studio Tremonti, che però – è stato lo stesso Terrin a precisarlo - non avrebbe legami con la vicenda; Fabio Ghioni, hacker dello scandalo Telecom, i commercialisti milanesi Oreste e Carlo Severgnini, che hanno incarichi professionali nei più importanti gruppi italiani.

Starà alle autorità dei singoli Paesi valutare, sulla base di queste rivelazioni, se ci sono state effettivamente delle violazioni ed esistono margini per intervenire e sanzionare gli evasori, ma le certezze che escono fuori da questa storia sono parecchie. Di «Offshore Leaks» sentiremo parlare parecchio a lungo; la vicenda servirà da monito a chi pensa che il paradiso fiscale sia una risposta comoda, una scappatoia da cui si esce sempre puliti (l’eco mediatica, con la sanzione dell’opinione pubblica che ne segue, è già di per sé una tassa non indifferente). Soprattutto, è la prova, l’ennesima, che non esistono segreti inviolabili. Il che, almeno non sempre, è un male.

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