Iva, i pro e i contro dell'aumento

Confronto tra le posizioni di chi scongiura la crescita dell'imposta sul valore aggiunto e quelle di chi, invece, la considera inevitabile

Il Ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni (credits: Giuseppe Lami/Ansa)

Andrea Telara

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Aumentare l'iva o lasciarla invariata? È il dilemma che assilla in questi giorni la politica italiana e in particolare il premier Enrico Letta, che ieri si è detto fiducioso sulla possibilità di rinviare almeno a settembre la crescita di un punto (dal 21 al 22%) dell'imposta sul valore aggiunto (con un costo di 1 miliardo di euro per le casse pubbliche). Il compito di trovare la quadra spetterà ovviamente al ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, che oggi ha di fronte a sè due posizioni, una favorevole e l'altra contraria agli aumenti. La prima è nettamente prevalente e considera il rincaro dell'iva un'ulteriore mazzata per la nostra economia, ancora in recessione a causa del crollo dei consumi. Ma c'è anche chi, prendendo atto dei severi vincoli di bilancio imposti all'Italia dall'Europa, considera l'incremento della tassa ormai inevitabile e non lo vede ormai neppure come una sciagura, se porterà nuove risorse nelle casse dello stato che possono poi essere spese nella lotta alla disoccupazione. Ecco, nel dettaglio, le due posizioni a confronto.

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LE RAGIONI DEL BLOCCO

Chi è contrario al rincaro dell'imposta sul valore aggiunto ha innanzitutto un argomento forte a proprio favore, che parte dall'analisi sui dati del passato. Il precedente innalzamento dell'iva dal 20 al 21%, deciso nel 2011, non ha portato alcun beneficio alle casse pubbliche. Anzi, il gettito della tassa è addirittura diminuito rispetto agli anni precedenti. Secondo le stime dell'associazione dei consumatori Codacons, le entrate pubbliche garantite dall'imposta sul valore aggiunto sono scese nel complesso di ben 5,8 miliardi: un calo di 3,5 miliardi si è registrato fino alla fine dell'anno passato mentre una flessione di 2,3 miliardi è avvenuta tra gennaio e il 30 aprile del 2013. La colpa è ovviamente del crollo dei consumi, che è stato però generato anche e soprattutto dall'aumento della pressione fiscale. Non va dimenticato, poi, che la crescita dell'iva viene considerata anche un provvedimento iniquo poiché colpisce in ugual misura tutti i consumi dei contribuenti, quelli dei poveri e quelli dei ricchi, senza tenere conto della loro situazione economica e patrimoniale. È infatti innegabile che la fascia di popolazione meno agiata spende gran parte del proprio reddito mentre i cittadini più abbienti possono permettersi anche il “lusso” di risparmiare una quota di quello che guadagnano, che sfugge così all'aumento della tassazione.

I MOTIVI DEL'AUMENTO

Chi considera l'incremento dell'imposta inevitabile, parte da un ragionamento molto semplice: oggi l'Italia è impegnata a rispettare i vincoli di bilancio europei, che ci impongono di tenere il deficit pubblico al di sotto del 3% del pil. Se non vogliamo aumentare l'iva, come abbiamo fatto per l'imu , rischiamo di rinunciare ad altri provvedimenti importanti messi in cantiere dal governo, come quelli per la lotta alla disoccupazione. Per far ripartire il mercato del lavoro, il governo ha bisogno di almeno un miliardo di euro di risorse, che serviranno anche per ridurre le tasse sui salari e per dare sgravi contributivi alle aziende che assumono. Meglio dunque ridurre le troppo elevate imposte sul lavoro, che in Italia hanno ormai un effetto deleterio sulla crescita, piuttosto che bloccare gli aumenti delle tasse sui consumi come l'iva. Tutto sommato, infatti, la crescita dell'aliquota costerà alle famiglie tra 88 e 102 euro all'anno (i calcoli sono della Cgia, la confederazione degli artigiani di Mestre). Si tratta di una cifra non trascurabile ma nemmeno esorbitante: meglio fare questo sacrificio, se serve poi a finanziare i piani per il lavoro e a ridare un reddito a migliaia di disoccupati.

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