Internet, le tasse sono in agguato

Il Senato americano al voto su una proposta di legge per tassare chi compra in rete

Dipendenti di Fed Ex in un magazzino della Florida lo scorso 10 dicembre, giorno più caldo dell'anno per le vendite online: Fed Ex calcola di aver movimentato 19 milioni di pezzi (Joe Raedle/Getty Images)

Stefania Medetti

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Per internet, la fine del regno tax-free potrebbe essere arrivata con il cosiddetto “Marketplace fairness act”. Una nuova proposta di legge, al vaglio del Senato americano la prossima settimana, prevede infatti la tassazione del commercio elettronico. Tutto nasce, spiega The Atlantic , da una decisione della Corte Suprema vecchia di vent’anni fa. Grazie alla sentenza del caso “Quill Corp. versus North Dakota”, gli stati non possono obbligare i commercianti a versare tasse sulle vendite se non hanno una presenza fisica, come un magazzino o un ufficio, entro i confini dello stato in cui avviene la transazione. Negli Stati Uniti, infatti, non esiste l’Iva, ma una "sales tax", cioè una tassa sulla vendita che, da stato a stato, varia dall’1 al 10%, mentre realtà come Montana, New Hampshire e Oregon hanno scelto di non applicarla. La sentenza emessa all’epoca in cui le vendite da catalogo per corrispondenza erano l’avanguardia dello shopping, dunque, rischia di trasformarsi in un volano per gli store online e in un handicap per quelli tradizionali, oltre a costare fra 12 e 23 miliardi di dollari l'anno, a seconda dei calcoli, in mancati introiti fiscali.  

Considerato l’andamento delle vendite online, la questione rischia di esplodere in futuro. Lo scorso anno, per esempio, le vendite online hanno toccato quota 226 miliardi di dollari, pari a +16% sul 2011, stima il Dipartimento del Commercio . Secondo il Census Bureau, l’e-commerce continua a guadagnare stabilmente terreno. Nel 2012, il 5,2% di tutte le transazioni commerciali è avvenuto su internet, in crescita dal 4,7% dell’anno precedente. I detrattori della proposta sostengono che una legge relativa alla tassazione del commercio digitale causerà un danno alle attività commerciali più piccole, intrappolate in un incubo amministrativo che prevede il versamento delle tasse a 9600 potenziali diverse giurisdizioni di competenza. In realtà, la proposta di legge si applica ad attività commerciali digitali con un giro d’affari superiore al milione di dollari. Esistono inoltre delle software house che hanno già messo a punto dei programmi che si occupano di tassare le spedizioni in relazione al codice postale dell’acquirente, il tutto senza costare un centesimo al rivenditore, visto che questo tipo di programma è un servizio pagato dallo stato che incassa le imposte.

Amazon, che catalizza il 30% degli ordini digitali, si dice favorevole alla proposta. I suoi detrattori sostengono che si tratterebbe di una mossa strategica, in quanto ciò permetterebbe all'insegna di moltiplicare la presenza dei suoi magazzini sul territorio, permettendo un risparmio in spese di spedizione. Anche se, eventualmente, Amazon potrebbe scontare al concorrenza di rivenditori più piccoli non soggetti alla tassazione. eBay, per contro, osteggia la proposta, perchè teme – osserva Business Insider – che potrebbe danneggiare i piccoli rivenditori che utilizzano la sua piattaforma.

Una potente controargomentazione riguarda lo scenario allargato. Come fa notare Wall Street Journal , il Senato americano non può obbligare tutti i rivenditori del mondo a pagare le tasse negli stati di residenza degli acquirenti. Quindi, la proposta potrebbe spostare il baricentro a favore di rivenditori che operano al di fuori dal territorio americano. Da qui l’invito del quotidiano finanziario americano di opporsi alla legge: non è vero, sostiene, che la tassa sugli acquisti digitali limiterà l’imposizione di nuovi balzelli ai cittadini. Conclusione: dal punto di vista del consumatore, non dovrebbe cambiare granché, molti rivenditori applicano già la sales tax (a quanto pare, Amazon lo fa nel 38% dei casi), il grosso della battaglia, dunque, sarà giocato fra i rivenditori più piccoli che sentono minacciato il proprio business e gli stati che hanno disperatamente bisogno di nuovi introiti.

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