Imu e Irap, abolirle costa 55 miliardi in cinque anni

Berlusconi ha fatto la sua proposta shock. Ecco perché trovare i soldi necessari non sarà facile

Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa del 3 febbraio 2013 in cui ha annunciato la restituzione e l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (Credits: ANSA/MATTEO BAZZI)

Andrea Telara

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Circa 4 miliardi di euro di spesa e altri 4 miliardi di minori entrate, per un totale di quasi 8 miliardi. Subito. È questo, almeno sulla carta, il costo della prima parte della “proposta-shock” lanciata dal leader del centrodestra, Silvio Berlusconi, che vuole restituire l'imu sulla prima casa pagata nel 2012 (4 miliardi di ero) e cancellarla per gli anni a venire, nel caso di una sua vittoria alle prossime elezioni politiche.

La seconda parte (ancora più da shock, se vogliamo) vale però molto di più: riguarda la cancellazione dell'Irap nell'arco di 5 anni, pari a 35 miliardi di tasse a carico delle imprese.

Parliamo di circa 55 miliardi di euro in cinque anni (35 di Irap + 4 miliardi l'anno di Imu, senza contare i 4 miliardi da restituire subito).

Per far quadrare i conti del capitolo Imu, l'ex-premier ha già individuato la copertura finanziaria, cioè il serbatoio di risorse a cui attingere, per coprire i costi e i minori intoriti generati dall'abolizione della tassa sugli immobili. Il tesoretto indicato da Berlusconi è il nuovo accordo tra Italia e Svizzera sui capitali esportati all'estero , che dovrebbe far arrivare subito nelle casse del governo di Roma una cifra di 25-30 miliardi di euro, più un ulteriore gettito di 5 miliardi ogni 12 mesi. Per coprire l'abolizione dell'Imu nei prossimi anni, inoltre, viene avanzata anche l'ipotesi di nuove tasse su alcolici, tabacchi, giochi pubblici o lotterie, oltre a qualche taglio strutturale alla spesa pubblica, a cominciare dai trasferimenti alle imprese, per un importo che può arrivare a 80 miliardi.

In caso di vittoria del centrodestra, però, non sarà facile centrare tutti questi obiettivi, soprattutto per una ragione: l'accordo Italia-Svizzera sui capitali è ancora in fase di stallo. Doveva essere firmato prima di Natale ma poi ha subito uno stop. La stessa cosa è avvenuta in Germania: un altro paese che, come l'Italia, ha avviato un negoziato con la Repubblica Elvetica sull'esportazione illecita di denaro. Il governo di Berlino è riuscito a portare a termine le trattative ma, quando le cose sembravano fatte, l'intesa ha subito un'empasse in Parlamento (in particolare al Senato tedesco), dove sono stati sollevati dei dubbi di costituzionalità. In Europa, soltanto l'Austria e la Gran Bretagna sono riusciti per adesso a portare a termine un accordo con Berna.

Inoltre, resta incerta anche la stima sulle potenziali risorse incassate con il nuovo “patto” tra Italia e Svizzera. L'ipotesi di accordo prevede infatti che chi ha esportato illegamente i capitali nella Repubblica Elvetica paghi una tassa una-tantum (l'imposta liberatoria) pari al 25% del capitale posseduto nei forzieri d'oltreconfine, in cambio del mantenimento del segreto bancario e dell'anonimato per il fisco. Poi, ogni anno, i contribuenti “espatriati” illegalmente dovranno versare al governo di Roma le stesse tasse sulle rendite finanziarie applicate in Italia (circa il 20%, anche se le aliquote sono ancora tutte da stabilire).

Visto che in Svizzera (secondo le stime più accreditate) ci sono almeno 100-130 miliardi di euro di proprietà degli investitori italiani, l'accordo sui capitali e l'imposta liberatoria del 25% dovrebbero dunque garantire, nell'immediato, maggiori entrate per almeno 25-26 miliardi. Poi, il gettito degli anni successivi dipenderà da come i soldi dei nostri connazionali sono impiegati e dai rendimenti che garantiscono.

C'è però un rischio da non sottovalutare: buona parte dei capitali esportati illecitamente, per sfuggire ancora alla tassazione italiana, potrebbero abbandonare la Repubblica Elvetica e indirizzarsi verso altri paradisi fiscali ancora ben protetti, per esempio a Singapore. C'è chi stima addirittura una fuga di almeno il 50% dei soldi oggi custoditi aldilà delle Alpi. In questo caso, il gettito incassato da Roma sarebbe molto inferiore del previsto e assai deludente.

In attesa di perfezionare l'intesa con la Svizzera e valutarne gli effetti, Berlusconi ha però individuato una strada alternativa: inizialmente, i soldi necessari per il rimborso dell'Imu possono essere presi dalla Cassa Depositi e Prestiti, una importante istituzione finanziaria controllata dal Ministero dell'Economia e da un insieme di fondazioni bancarie, che ha in pancia una montagna di risorse e gestisce il risparmio postale di milioni di famiglie.

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