Cuneo fiscale: ecco perché si devono abbassare le tasse sul lavoro

Se non si abolisce l'Imu con le risorse si potrebbe tagliare l'Irap e ridurre i licenziamenti

(Credits: Imagoeconomica)

Giuseppe Cordasco

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Come se già non bastasse il livello di incandescenza politica raggiunto in questi giorni dalla discussione intorno all’abolizione dell’Imu, ora si è aggiunto anche l’Fmi, il Fondo monetario internazionale, a rinfocolare la polemica. Secondo l’organismo internazionale infatti, l’Italia dovrebbe mantenere la tassazione sulla casa , perché altrimenti i conti pubblici rischierebbero di saltare. Al netto però di una controversia che, evidentemente, ha molto di politico, quello che interessa è capire quali sono i numeri in ballo, e come si potrebbero eventualmente utilizzare le risorse che dovessero arrivare da una tassa sulle abitazioni lasciata inalterata. L’obiettivo numero uno in questo caso non potrebbe essere altro che quello di agire sul cosiddetto cuneo fiscale, ossia sull’imposizione fiscale sui redditi da lavoro, che nel nostro Paese è una delle più alte tra i Paesi occidentali.

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Ma iniziamo con il valutare di quali e quante risorse stiamo parlando. L’Imu, in totale raggiunge circa i 20 miliardi di euro. Quello attorno a cui si sta ragionando però è il gettito derivante dalla prima casa, che varrebbe circa 4 miliardi di euro. Ovviamente dunque questa potrebbe essere la cifra da utilizzare per politiche fiscali alternative, sempre però che non si opti per soluzioni intermedie, tipo un’esenzione elevata a 500 euro oppure un agganciamento alla dichiarazione Isee che esonererebbe le famiglie con patrimonio più basso, che potrebbe fare scendere il gettito complessivo intorno ai 2 miliardi.

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Poniamo però il caso che in effetti il governo si ritrovasse tra le mani 4 miliardi di euro derivanti dall’Imu sulla prima casa e dovesse a questo punto decidere cosa fare. “Io non avrei dubbi – dice Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni – e partirei con una riduzione dell’Irap. Stiamo parlando infatti di un’imposta pagate dalle imprese che vale circa 30 miliardi di euro, e una diminuzione di 4 miliardi potrebbe avere un effetto positivo”. D’altronde il presupposto da cui parte Stagnaro è molto semplice: in Italia per 1.000 euro incassati da un dipendente, un’impresa ne versa circa il doppio, perché le imposte succhiano una quota pari al 50% dello stipendio lordo.

“Siamo di fronte a una vera e propria anomalia, visto che il nostro fisco si accanisce con i redditi da lavoro e quelli da capitale. In questo senso lasciare intatta l’Imu e diminuire il cuneo fiscale sarebbe in fondo anche un’operazione di riequilibrio, perché un’imposta sulla casa esiste in tutti i Paesi occidentali, e quindi non si tratta certo di avallare una misura strana. Piuttosto, ripeto, la vera anomalia su cui intervenire è la nostra imposizione sui redditi da lavoro”. Una considerazione di buon senso a cui però qualcuno ribatte affermando che in effetti una riduzione di 4 miliardi di Irap, potrebbe avere effetti molto blandi, soprattutto per chi ritiene che così agendo si possa sperare in una ripresa economica.

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“Quattro miliardi – replica Stagnaro – sono certamente pochi rispetto ai 30 complessivi dell’Irap, ma comunque sarebbero un sollievo non da poco per le imprese. Inoltre aggiungo che questa non rappresenterebbe certo una misura miracolosa e quindi non immagino per questa via un rilancio della nostra economia. Di certo però potrebbe evitare molti licenziamenti, perché le imprese, in attesa di un vero rilancio della produzione, a costi più bassi potrebbero essere disposti comunque a mantenere la propria manodopera attuale”. Dunque, se proprio l’Imu deve restare, come ci impone anche l’Fmi, che almeno si pensi fin d’ora a un abbattimento del cuneo fiscale. Per tante famiglie sarebbe un’amara consolazione, ma per tante imprese potrebbe essere una salutare boccata d’ossigeno.

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