False partite Iva, ecco come ottenere gli sconti dal fisco

Una Commissione tributaria ha annullato il pagamento delle tasse in più dovute da un dipendente costretto ad aprire una posizione dal datore di lavoro

– Credits: Imagoeconomica

Giuseppe Cordasco

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Potrebbe essere una sentenza storica, o che comunque potrebbe fare scuola, quella emessa dal giudice della Commissione tributaria provinciale (Cpt) di Viterbo a favore di un contribuente costretto ad aprire una falsa partita Iva dal proprio datore di lavoro. La storia, molto in breve, è quella classica che purtroppo in Italia riguarda ormai migliaia e migliaia di soggetti, che al fisco si presentano come lavoratori autonomi detentori di una regolare partita Iva, ma che in realtà svolgono attività dipendente o comunque subordinata. Nel caso specifico si trattava di un lavoratore edile della provincia di Viterbo, costretto appunto ad aprirsi una propria posizione da lavoratore autonomo, nonostante svolgesse un lavoro a tutti gli effettui da dipendente.

COME SI APRE UNA PARTITA IVA

Quando però il fisco gli ha presentato il conto, imponendogli il pagamento, come da regolare partiva Iva, di addizionali Irpef, Iva e Irap, non ci ha visto più, e ha deciso di denunciare la propria situazione alla Cpt, chiedendo l’annullamento dei versamenti in questione. E qui, come preannunciato,è arrivata la novità importante, che potrebbe riguardare tanti altri lavoratori intenzionati ad uscire da questo limbo occupazionale da dipendenti mascherati. Il giudice tributario ha infatti accolto il ricorso del lavoratore di Viterbo, riconoscendo in pratica il suo status di falsa partita Iva, e ha imposto la cancellazione di qualsiasi altra tassa che non fossero quelle dovute da un lavoratore dipendente.

CHI SONO LE PARTITE IVA IN ITALIA

L’organo di giurisdizione fiscale ha poi fatto anche di più, mettendo nero su bianco quello che a tutti gli effetti rappresenta un richiamo esplicito alle funzioni di controllo del’Agenzia delle entrate: “se un lavoratore dipendente chiede l’attribuzione di una partita iva – scrive nella sentenza la Cpt - non per questo può essere considerato soggetto passivo di imposta”. Insomma, il fisco deve assumersi la piena responsabilità di verificare che in effetti le partite Iva denunciate siano regolari, e non imporre di default il pagamento di tasse che in realtà, data la situazione di occupazione subordinata, non sarebbero dovute. Certo, smascherare le false partite resta un compito complicato.

SE PER LAVORARE SERVE PER FORZA ESSERE AUTONOMI

E’ bene ricordare a questo proposito che nuovi strumenti di lotta a questa pratica discriminatoria sono stati introdotti nel 2012 dal ministro Elsa Fornero. Proprio per evitare il costituirsi di contratti fasulli, una legge dell’allora ministro del Lavoro prevedeva che si dovessero considerare a tutti gli effetti dipendenti quei soggetti con una collaborazione “fittizia” di durata superiore agli 8 mesi nell’arco di un anno, con ricavi superiori all’80% provenienti tutti dallo stesso datore di lavoro e con una postazione fissa presso il committente. Norme che dovrebbero aiutare a contrastare il fenomeno delle false partite Iva e che ora trovano proprio nella sentenza della Cpt di Viterbo un valido rinforzo, utile speriamo a debellare un fenomeno quanto mai dannoso per chi cerca, anche con grande fatica, di difendere il proprio posto di lavoro.

MINISTRO FORNERO E PARTITE IVA
 

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