Evasione fiscale, in Europa si farà come negli Usa

Per scoprire redditi e investimenti all’estero si punterà sullo scambio di informazioni tra Paesi diversi, come già prevede la legge americana

(Credits: Imagoeconomica)

Giuseppe Cordasco

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Una lotta all’evasione fiscale in Europa che funzioni all’americana. E’ questo il dato più interessante che emerge dall’accordo stipulato ieri tra cinque Paesi dell’Unione, Italia, Germania, Spagna, Francia e Gran Bretagna, che hanno deciso di mettere a punto un programma di lotta all’evasione fiscale che possa funzionare in maniera più efficiente. E’ stata anche inviata alla Commissione europea una lettera d’intenti, nella quale tra le altre cose si chiede di allargare la collaborazione tra Stati a tutti i Paesi dell’Unione. E sì, perché il dato fondamentale che i cinque Paesi partecipanti all’incontro hanno messo in chiaro è che solo con politiche fiscali più trasparenti e soprattutto con uno scambio più puntuale di informazioni tra le diverse autorità fiscali nazionali, si potranno ottenere risultati migliori nella lotta all’evasione.

E’ in questo senso allora che si è richiamata l’esperienza statunitense , dove dal 2010 vige il Fatca, il Foreign account tax compliance act, una legge che in sostanza permette al fisco americano di conoscere tutti i redditi e gli investimenti dei cittadini statunitensi all’estero. Ma funziona questo sistema, e potrà soprattutto funzionare in Europa? A rispondere è Alessandro Cotto amministratore delegato del centro studi per commercialisti Eutekne.info. “Il provvedimento negli Usa è in vigore ancora da poco per capire quali effetti reali ha avuto – ci dice -. Ma conoscendo l’efficienza dell’agenzia fiscale americana, la famosa Irs, l’Internal revenue service, c’è da scommettere che presto si vedranno ottimi risultati. Detto ciò il meccanismo in questione in astratto potrebbe funzionare anche in Europa, a patto però che tra i Paesi ci sia un reale ed effettivo scambio di informazioni”.

In realtà dei contenuti della lettera inviata dai cinque Paesi alla Commissione europea, come conferma lo stesso Cotto, si sa ben poco. E’ quindi difficile stabilire quali regole si siano effettivamente dati i governi in questione per combattere l’evasione fiscale nel Vecchio Continente. “Quello che però si sa già – fa notare Cotto – è che in passato ci sono stati episodi isolati di scambi di informazioni e sembrano aver funzionato”. Il ricordo corre immediato al 2009, quando proprio la nostra Agenzia delle entrate raggiunse un accordo con l’amministrazione fiscale francese per farsi comunicare i nominatavi di tutti i cittadini italiani proprietari di una casa sulla Costa Azzurra. “Questo caso –dice Cotto – rappresenta un esempio pratico di come potrebbe funzionare lo scambio di informazioni tra Paesi”.

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Una strada da perseguire dunque, soprattutto considerando i risultati ottenuti, anche solo in sede di dichiarazione, dall’introduzione in Italia di due nuove tasse, l’Ivie e la Ivafe. “Il riferimento – spiega Cotto - è alle due imposte che intendono tassare gli immobili detenuti all’estero, la prima, e le attività finanziarie, come conti correnti o titoli, sempre detenuti all’estero, la seconda. Ebbene, dalle prime dichiarazioni, quelle del 2012 riferite al 2011, è risultato che circa 100mila cittadini italiani hanno dichiarato di avere immobili all’estero per un valore di 21 miliardi di euro. Mentre altri 71mila hanno ammesso di possedere attività finanziarie, sempre all’estero, per un valore di 18,5 miliardi di euro”. Come si può facilmente intuire si tratta di cifre molto considerevoli, una cui puntuale tassazione porterebbe nelle casse dello Stato introiti non da poco.

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Viene dunque spontaneo chiedersi se a fronte di 100mila contribuenti che hanno dichiarato una casa all’estero, non ce ne possano essere magari altrettanti che non l’hanno fatto. Un discorso che vale in maniera analoga anche per le attività finanziarie. “Ecco perché – conclude Cotto – se si vogliono ottenere risultati di rilievo nella lotta all’evasione ci dovrà essere davvero una puntuale comunicazione tra i Paesi europei, una cosa che purtroppo attualmente in Italia non avviene in maniera adeguata neanche tra le diverse amministrazioni pubbliche”.

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