Corte dei Conti: la pressione fiscale al 43,5% è "intollerabile"

La denuncia della suprema corte sul rendiconto generale dello Stato per il 2014. Ritardi nella spending review e troppe spese per gli enti pubblici

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I giudici della Corte dei Conti – Credits: Daniele Scudieri - Imagoeconomica

Redazione Economia

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"La prospettiva di una pressione fiscale che resti sull'attuale elevato livello appare difficilmente tollerabile". È la denuncia di Enrica Laterza, presidente di Coordinamento delle Sezioni riunite della Corte dei Conti. Secondo i dati della Corte la pressione fiscale è stata nel 2014 pari al 43,5% del Pil, 1,7 punti in più rispetto alla media dell'area euro. Le difficoltà della politica di bilancio sono ormai legate "da un lato al limite raggiunto nell'adozione di nuove misure di aumento dell'imposizione, dall'altro alla ricerca di misure di contenimento della spesa resa complicata dalla ristretta base a cui potrebbero applicarsi".

Lo segnala il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri nel giorno del Giudizio sul Rendiconto generale dello Stato 2014, rilevando "le oggettive difficoltà dei programmi di spending review" e che "difficilmente il sistema economico potrebbe sopportare ulteriori aumenti della pressione fiscale", dopo l'aumento di 55 miliardi del gettito generato da misure emergenziali di aumento dell'imposizione a fronte della crisi e della necessità di consolidamento nel periodo 2009-2014.

La "forte rigidità" del sistema pensionistico e i margini di risparmio sempre più stretti su redditi da lavoro e consumi intermedi, "già ripetutamente colpiti", mettono in difficoltà i programmi di spending review rafforzati con la legge di stabilità 2015" ha aggiunto Laterza. "Un fenomeno crescente di deriva verso una nuova forma di organizzazione periferica dello Stato centrale che, in una prospettiva segnata dell'imperativo della spending review, richiede un attento ripensamento".

"Il recupero di efficienza degli apparati pubblici non può essere disgiunto da una maggiore partecipazione dei cittadini alla copertura dei costi di alcuni servizi" ha aggiunto Laterza, nella sua relazione. Una collaborazione che "richiederà, in primo luogo, una contestuale, rigorosa, articolazione tariffaria, che realizzi il precetto costituzionale (art. 53) della concorrenza alle spese pubbliche in ragione della diversa capacità contributiva... Si impone, in altri termini, una riorganizzazione dei servizi di welfare sulla base di una 'riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all'azione di governo'", conclude Laterza.

La razionalizzazione degli enti pubblici

La Corte segnala l'esistenza di "una vasta costellazione di Enti e società strumentali o complementari rispetto alle Amministrazioni di riferimento", protagoniste di un processo di "esternalizzazione" che si traduce, in alcuni casi, "nell'elusione dei vincoli rigidi imposti alla spesa e alla gestione del personale, con il rischio di aggravio dei costi"; nè sono "meno rilevanti gli effetti sul piano dei controlli esterni". Gli obiettivi di razionalizzazione degli enti pubblici statali e di riduzione dei loro costi di finanziamento "assumono un rilievo piu' pronunciato in una fase di riequilibrio strutturale dei conti pubblici" ha aggiunto il procuratore Martino Colella. Un'indagine della Corte ha evidenziato l'esistenza di 320 soggetti pubblici, "comunque denominati, istituiti, controllati e finanziati dai ministeri e 165 fra loro hanno comportato un onere finanziario per lo Stato di circa 25 miliardi per il 2013 e 20 miliardi per il 2014". Colella ha anche sottolineato come "la spesa per il personale di tali enti sia sensibilmente superiore rispetto a quella dei ministeri".

Allarme derivati: valgono 160 miliardi

Inoltre viene confermata "l'esigenza di un puntuale monitoraggio dei rischi che" i contratti derivati "possono comportare sugli equilibri di bilancio" e inoltre si "avverte l'esigenza di una normativa in materia che individui le operazioni consentite" come ha sottolineato il procuratore generale Martino Colella ricordando che il valore dei derivati sul debito ammontava a fine 2014 a 160 miliardi (9% sul totale dei titoli di Stato in circolazione)". In base ai calcoli, il valore di mercato segnava una perdita di 42 miliardi e, data la struttura dei pagamenti tipica dei derivati, "è assai probabile che parte di questi 42 miliardi si concretizzerà in pagamenti nei prossimi semestri".

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