In Cina nuove tasse contro la povertà

Aziende di Stato e compagnie straniere le più colpite. E a molte investire in Cina non conviene più

Il logo di Cnooc, il colosso energetico statale cinese (Credits: PHILIPPE LOPEZ/AFP/Getty Images)

Claudia Astarita

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La Cina, dovremmo riconoscerlo, ce la sta mettendo tutta. A modo suo, sta riformando il paese. Pur continuando a procedere a piccoli passi. Che non necessariamente vanno nella direzione che tutti gli altri paesi del mondo vorrebbero, o troverebbero più conveniente (per i rispettivi interessi nazionali).

Ad esempio, quando un paio di giorni fa Pechino ha annunciato di aver (finalmente) raggiunto un accordo su una riforma fiscale rivoluzionaria, che permetterà al Partito di abbattere quel muro di disuguaglianze che ha già creato fin troppi problemi, molti hanno sottolineato come "una Cina più libera, giusta, aperta e responsabile" sarebbe di certo anche diventata un partner commerciale più affidabile. Ma si sono subito dovuti ricredere. Perché contrariamente a quanto avevano immaginato, vale a dire che Pechino si sarebbe limitata a raccogliere i fondi necessari per portare avanti questa maxi-politica di redistribuzione del reddito tassando le grandi aziende di Stato, il Partito ha annunciato che anche gli stranieri pagheranno più imposte. Quindi chi vorrà continuare a sfruttare i vantaggi offerti dalla fabbrica del mondo dovrà pagare un prezzo più alto per farlo.

Per capire cosa è successo, e cosa cambierà per le aziende cinesi e straniere, dobbiamo procedere con ordine. Anzitutto cerchiamo di chiarire gli obiettivi di questo provvedimento storico che mira a "redistribuire le entrate in maniera più giusta, trasparente e ragionevole": creare occupazione e aumentare i salari minimi. Per far uscire dalla povertà quegli 80 milioni di cittadini appartenenti alle fasce più deboli. Se possibile entro il 2015. E per far scendere l'indice di Gini, il coefficiente che misura il divario sociale, oggi pari a 0,474, sotto la soglia dello 0,4%. Il limite che le Nazioni Unite raccomandano a tutti i paesi di non superare se vogliono evitare gravi problemi di conflittualità sociale.

I grandi conglomerati di Stato da sempre versano all'erario troppo poco rispetto a quanto guadagnano (nel 2011 hanno incassato profitti -netti- per 160 milioni di dollari, e solo la metà è stata tassata). Ecco perché tanti avevano ipotizzato che sarebbe stato sufficiente tassare loro per finanziare questa maxi-manovra. Ma non è così. Perché Pechino sa che oltre a dover creare nuovi posti di lavoro e a dover far lievitare gli stipendi dovrà anche trovare i fondi necessari per garantire all'intero paese un'assistenza sanitaria e una pensione, per quanto minime.

A rigor di logica le aziende pubbliche più colpite dovrebbero essere quelle che agiscono in regime di monopolio. Come quelle petrolifere. Anche se in questi casi i fortissimi legami con la politica fanno dubitare su quanto Pechino si imporrà, ad esempio, per fare in modo che smettano di avere accesso a materie prime e risorse a costi bassissimi. Quindi anche in virtù dell'incertezza legata all'effettiva capacità di rimpinguare le casse dello stato tassando aziende che fino a ieri parevano essere intoccabili, meglio assicurarsi qualche entrata in più anche dagli stranieri.  Dopo tutto, chi delocalizza in Cina lo fa per sfruttarne i vantaggi di produzione. E dal punto di vista del governo non c'è nulla di male ad alzare il costo di queste agevolazioni. Soprattutto se lo si fa in nome della povertà!

Di preciso non si sa ancora nulla. Se non che tutti quegli stranieri che dal 1994 ad oggi sono stati esentati dal pagamento di un'imposta del 20% sui dividendi azionari derivanti da compagnie con capitali esteri perderanno questo privilegio. E anche se i responsabili della Commissione di Stato per lo Sviluppo e le Riforme si rifiutano di fornire uteriori dettagli su questa manovra storica, gira voce che siano state previste nuove aliquote anche per le aziende non cinesi.

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