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Cartelle Equitalia e pignoramenti: cosa cambia dal 1 luglio

Con il passaggio della riscossione all’Agenzia delle entrate le procedure di recupero crediti potrebbero diventare più veloci e gravose. Ecco perché

L’abolizione di Equitalia è ormai cosa fatta: dal prossimo primo luglio infatti, come previsto per legge, l’ente di riscossione verrà inglobato dall’Agenzia delle entrate che inizierà a svolgere le stesse funzioni attraverso uno specifico ufficio dedicato. Quel cambiamento epocale che in tanti si attendevano, con la fine di procedure per il recupero dei crediti che in molti casi sono state ritenute più che vessatorie, potrebbe però in effetti non esserci. Anzi, in queste ore, qualcuno ha polemicamente paventato il rischio che d’ora in poi il pagamento delle famose cartelle Equitalia, che ora saranno come detto di competenza dell’Agenzia delle entrate, possa diventare anche più veloce e gravoso per i contribuenti, soprattutto per quel che concerne i pignoramenti. In queste affermazioni in effetti c’è qualcosa di vero, ma anche molto di inutilmente allarmistico. Vediamo dunque di fare chiarezza.

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I cambiamenti reali
La vera rivoluzione che si avrà nelle procedure di recupero crediti per cartelle esattoriali non pagate, è quella legata al tipo di informazioni che d’ora in poi potrà utilizzare il nuovo ufficio Riscossione dell’Agenzia delle entrate. La vecchia Equitalia infatti, nel perseguire i propri debitori, non aveva a disposizione le banche dati di cui invece è in possesso l’Agenzia delle entrate. Questo significa che sarà possibile, al nuovo ufficio di riscossione, esaminare immediatamente per ciascun contribuente,  l'Anagrafe tributaria, per controllare quali somme egli detenga sul conto corrente, oppure i dati Inps, per verificare le tipologia di rapporto di lavoro o di ammortizzatori detenuti. In questo modo gli agenti del fisco potranno decidere in maniera veloce e più efficace se pignorare il conto corrente con le quote necessarie a saldare il debito oppure pignorare lo stipendio, la pensione o l’eventuale indennità.

Pignoramento: il nodo del passaggio in Tribunale
La legge prevede che ciascun cittadino possa procedere con il pignoramento dei beni di un proprio debitore quando ne esistano le condizioni. Il tutto però è sottoposto al giudizio insindacabile del giudice di un Tribunale. Questa procedura però non è valida quando chi pignora è il fisco. In queste ore è montata una feroce polemica secondo la quale questa novità sarebbe stata introdotta con il passaggio della riscossione da Equitalia all’Agenzia delle entrate. Ebbene, non è così, visto che le norme in questione, come ci ha tenuto a precisare la stessa Equitalia in un comunicato ad hoc, risalgono al 2005. Dunque, quel che cambia è la qualità delle informazioni che d’ora in poi gli agenti del fisco potranno sfruttare, come esemplificato più sopra, ma non il passaggio in Tribunale, che per il fisco non era necessario prima e non lo sarà neanche ora. Con una serie però di importanti limitazioni.

Come funziona il pignoramento del fisco
Detto che non serve la sentenza di un giudice, quando il fisco decide di pignorare il conto corrente, lo stipendio o la pensione di un contribuente debitore, deve rispettare alcuni passaggi previsti per legge. Innanzitutto il cittadino riceve la cartella di pagamento solo dopo una serie di avvisi bonari di pagamento a cui decide di non dare seguito. A questo punto il contribuente ha 60 giorni di tempo per mettersi in regola, e per farlo ha due strade: pagare subito tutto il debito oppure chiedere una rateazione pagando immediatamente la prima rata. Solo nel caso in cui il debitore lasciasse passare invano anche questi 60 giorni, l’ente di riscossione  può procedere con il pignoramento del conto corrente, dello stipendio o della pensione, il tutto, come già precisato, senza bisogno di ottenere la sentenza di un giudice.

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