Comuni e Regioni, ecco perché sono cresciute le tasse

Tagli ai trasferimenti centrali e aumento di competenze hanno fatto impennare l’imposizione fiscale locale

(Credits: Imagoeconomica)

Giuseppe Cordasco

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Sarebbe troppo banale dire che la verità sta nel mezzo, eppure su quello che possa essere il giudizio definitivo su questi primi vent’anni di federalismo fiscale, o meglio sarebbe dire di decentramento amministrativo, le posizioni di compromesso sembrano le più adeguate. A fronte infatti di dati che possono apparire sconcertanti, come quelli proposti da una ricerca commissionata da Confcommercio, secondo la quale negli ultimi vent’anni la pressione fiscale locale sarebbe cresciuta del 500%, c’è chi prova a fornire spiegazioni che appaiono più che plausibili.

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“Bisogna considerare il contesto in cui questa escalation fiscale è avvenuta” precisa Massimo Bordignon, economista dell’Università Cattolica dove insegna Scienze delle Finanze. “Due sono i fattori che in maniera incontrovertibile hanno portato all’aumento delle tasse locali. Da una parte il taglio, sempre più drastico, dei trasferimenti centrali verso gli enti locali”. In molti ambiti infatti lo Stato ha optato per soluzioni di compartecipazione o di puro supporto economico, lasciando la gestione finanziari dei servizi totalmente in mano alle Regioni. Esempio emblematico in questo senso è quello del servizio sanitario che tra l’altro assorbe la fetta maggiore delle risorse di tante Regioni. “C’è stato poi un evidente aumento delle competenze e delle funzioni che nel tempo sono state trasferite agli enti locali – dice Bordignon -. E’ovvio quindi che se bisogna fare più cose e cominciano a venire meno i trasferimenti dello Stato centrale, l’unico modo per reperire nuove risorse è quello di aumentare la tassazione locale”.

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In questo senso poi, in alcuni contesti il peso è diventato anche maggiore, per ragioni legate all’inefficienza che molti amministratori hanno mostrato nella gestione dei servizi. “Basti pensare ancora una volta alla sanità – sottolinea Bordignon – che ha letteralmente gettato sul lastrico molte Regioni, tanto che alcune di esse sono state commissariate. Tra l’altro, in queste stesse realtà, la legge impone che le aliquote di Irpef e Irap siano le maggiori possibili, proprio per far sentire anche ai cittadini il peso delle inefficienze amministrative che si sono registrate”. Ma proprio il funzionamento dei servizi locali offre il destro al professor Bordignon per sottolineare, dove ci sono stati, anche i successi di questi primi vent’anni di federalismo.

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“In molte Regioni, soprattutto del Nord – afferma Bordignon – in effetti ci sono servizi che funzionano meglio e in alcuni contesti, tanto Comuni che Regioni, si è riusciti anche ad abbassare la pressione fiscale. Molto peggio è andata invece in alcune Regioni del Sud, dove bisognerebbe proprio ripensare il meccanismo stesso del decentramento amministrativo”. Questo a testimonianza dunque che non tutto ciò che è federalismo e localismo può essere etichettato in negativo: insomma, proprio quel giudizio di compromesso che, come più sopra accennato, sembra fotografare al meglio la situazione.

“Io non ho mai pensato, e non l’ho mai scritto – fa notare l’economista della Cattolica – che il federalismo potesse essere la panacea di tutti i mali, e che tantomeno decentrare volesse dire pagare meno tasse e avere servizi migliori. Ciò è successo in effetti dove una classe di amministratori locali ha saputo ben operare. Negli altri casi invece spesso, all’aumento delle tasse si è aggiunto anche il peggioramento dei servizi e, ancora una volta, la sanità di alcune Regioni del Sud ne sono la più eloquente testimonianza”.

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Tra gli effetti del federalismo, sperati e purtroppo frustrati nel tempo, c’è infine anche quello, immaginato da molti, di una possibile diminuzione della pressione fiscale centrale, a fronte di un taglio di trasferimenti alle Regioni. “In effetti agli inizi di questo processo – ricorda Bordignon -, cioè tra la fine degli Anni Novanta e l’inizio del Duemila, le risorse che venivano sottratte alle Regioni, sono state utilizzate per diminuire in parte le aliquote dell’Irpef. Poi però, e questo è il vero nodo, la spesa pubblica ha preso decisamente a crescere, e tutti i fondi disponibili sono stati utilizzati per chiudere tutte le falle che si aprivano nei nostri conti pubblici. E’ questo dunque il vero problema - conclude Bordignon -: solo quando ci sarà un controllo più ferreo sulle uscite, si potrà immaginare, sia a livello di Stato centrale che di Regioni, di abbassare la pressione fiscale”. E c’è da sperare che ciò avvenga prima possibile.

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