Economia

Bancarottieri d'Italia

Tanzi, Fiorani, Zonin, Mussari... che fine hanno fatto i responsabili dei principali crac bancari che hanno rovinato migliaia di risparmiatori

Calisto Tanzi crac parmalat

C’è chi ha abbindolato trentamila investitori, ma continua a tenere corsi su come mettersi in proprio, al grido di: «Sul lavoro non bisogna fidarsi di nessuno». E c’è chi ha prelevato i soldi dai conti corrente dei soci, morti compresi, ha mezzo distrutto un paio di banche, ma nonostante questi successi è tornato a comprare e vendere quote di istituti di credito come se non ci fosse un domani, e neppure uno ieri. Perché in un certo modo di condurre gli affari è evidente quella che Freud chiamava «coazione a ripetere», una sorta di forza oscura che spinge a rivivere situazioni negative, senza la minima cognizione di aver già causato abbastanza danni e senza la consapevolezza che si stanno rifacendo i medesimi errori.
Bancarottieri che, per inciso, sono diversi per vastità d’azione - ma uguali nell’imbroglio - da quell’Alessandro Proto finanziere residente in Svizzera, già alla ribalta delle cronache per una millantata scalata al gruppo Rcs nel 2012. Lui, è stato protagonista di una truffa meno altisonante: è appena finito in cella con l’accusa d’aver sfruttato le condizioni di salute di una donna, sottraendole circa 130 mila euro. Nel 2017, aveva scritto con Andrea Sceresini il libro Io sono l’impostore: col senno di poi, si era tenuto basso. Ma tra chi ha lasciato in mutande migliaia di persone, ci sono anche quelli che sono riusciti a cambiare vita. Loro sono autentiche eccezioni, perché la truffa, prima che un reato, è un mestiere.

Un giovedì di maggio, lido di Anzio, il mare di Roma è quasi bello quando è argentato e non c’è nessuno. Al ristornate Il Sarago, un signore dai capelli non meno argentati, il viso macchiato dal sole e lo sguardo mobile come una cesta di acciughe, festeggia con un amico la coppa Italia vinta la sera prima dalla Lazio. Anche lui può vantare una Coppa Italia, ma nel 2000 ha portato nella bacheca sociale anche il secondo scudetto biancoazzurro. Sergio Cragnotti, 79 anni, è stato patron della Lazio dal 1992 al 2003, quando furono proprio le difficoltà economiche della squadra di calcio a far capire che la sua Cirio stava crollando. Si è fatto sei mesi di carcere preventivo, ha incassato condanne, annullamenti della Cassazione e rinvii in un lungo calvario giudiziario che dopo 15 anni non è ancora concluso. Comunque vada a finire, la Cirio sbriciolò come croste di pane 1,1 miliardi di euro a oltre 35 mila investitori. E Cragnotti, nonostante sia ancora popolarissimo tra i tifosi, a Roma non lo si vede mai. Manda avanti la tenuta agricola Corte alla Flora a Montepulciano, in Toscana, dove scontò gli arresti domiciliari e che oggi è intestata ai figli, e gira per il Centro Italia a promuovere i suoi vini in ristoranti e alberghi.

Calisto Tanzi ha appena un anno di più di Cragnotti, al quale è spesso accomunato perché come lui si muoveva sotto l’ala protettiva del banchiere romano Cesare Geronzi e perché Lazio e Parma hanno incrociato parecchi affari. Ma quello che Tanzi ha passato in questi vent’anni si vede tutto, sul suo fisico. Il crac Parmalat pende su di lui come un marchio di ignominia, con i suoi numeri da record: un buco da 14,3 miliardi di euro e 145 mila risparmiatori danneggiati. Dal 2003 a oggi Tanzi è stato sotterrato di condanne, poi in qualche modo riviste e ridotte fino alla metà, circa 19 anni di carcere. Considerata l’età, ha ottenuto i domiciliari e ora anche la semilibertà, che significa poter uscire di casa tre ore al mattino, vicino a Parma. Dimesso nell’aspetto e quasi sempre accompagnato dalla moglie Anita Chiesi, passa la giornata a fare il nonno e il giardiniere, nel parco di casa. Da fervente cattolico, sa che alla lunga si raccoglie quel che si semina. Ma nel Vangelo c’è anche una parabola che racconta la storia dell’amministratore infedele, ovvero colui che, quando capisce che il padrone sta per licenziarlo, chiama i debitori (del padrone, ovvio) e concede loro ampi sconti.

Insomma, semina bene anche per il proprio orticello futuro, esattamente come deve aver fatto l’ex banchiere «cattolicissimo» Giampiero Fiorani, che ai tempi della sua Popolare di Lodi era di casa in Liguria (nel 2003 comprò il Banco di Chiavari). Nell’ottobre 2015, per i danni causati dalla scalata Antonveneta del 2005, risarcì la Banca Popolare di Lodi con 34 milioni di euro. Ma Fiorani (classe 1959), dopo una condanna a due anni e mezzo, dall’estate del 2014 è tornato in pista. L’ex banchiere vive a Lodi, ma è il braccio destro di Gabriele Volpi, l’imprenditore di Recco che ha accumulato fortune enormi in Nigeria lavorando nella logistica per l’Eni.

Volpi, che possiede anche lo Spezia Calcio e la Pro Recco di pallanuoto, tra il 2014 e il 2018, attraverso una finanziaria panamense, ha investito oltre 100 milioni di euro per acquisire il 9 per cento della Carige, che oggi è sospesa in Borsa e di milioni ne vale a stento 90 tutta intera. Insieme con il fido Fiorani, col quale è stato perquisito un anno fa per sospetto riciclaggio, Volpi sta perdendo una marea di soldi. Il bello è che se il governo deciderà di intervenire per salvare la Carige, spacciandola per «banca sistemica», si potrà dire che i contribuenti hanno coperto anche le perdite di questi gentiluomini.

La «coazione a ripetere» sembra guidare altri protagonisti di quella famosa estate delle scalate (era il 2005), bollati per sempre come «i furbetti del quartierino», grazie al fulminante selfie di Stefano Ricucci. Il più abile di tutti è Giuseppe Statuto, 51 anni, casertano trapiantato a Milano, uscito indenne da varie inchieste. Statuto, holding in Lussemburgo e alberghi di lusso nel portafoglio partecipazioni come il Danieli di Venezia o il San Domenico di Taormina, a Milano è un invisibile. Ma il suo gruppo scricchiolava da tempo e due anni fa era esposto per 700 milioni con il Banco Popolare, per altri 200 milioni con Monte Paschi e Veneto Banca. A dicembre dello scorso anno è stato arrestato, paradossalmente, per una piccola, presunta bancarotta di una delle sue tantissime società. E a marzo è emerso che il presidente del Consiglio comunale di Roma, il grillino Marcello De Vito, si sarebbe fatto promettere una tangente da 25 mila euro da Statuto per favorire la trasformazione di una ex stazione ferroviaria di Trastevere in hotel. Di lusso, naturalmente.

La grandeur guida anche Ricucci, che si occupa di palazzi e hotel, vive tra Londra, Miami e un po’ Roma, dove lo si vede all’Hotel de Russie, al nuovo Valadier di Villa Borghese o ai Parioli. La sua Magiste International è fallita anche per colpa del coinvolgimento di Ricucci nell’inchiesta su Bnl-Unipol (poi assolto in appello), ma i pm gli contestarono distrazioni patrimoniali per un miliardo. A gennaio 2018, è stato assolto anche da quello. E se per le altre vecchie imprese dei «Furbetti» se l’era cavata con due patteggiamenti, due anni fa Ricucci ha scelto l’abbreviato e tre anni di reclusione, quando la Finanza gli ha beccato un carosello di fatture false. Ora, dopo qualche mese di domiciliari, aspetta il corso dell’inchiesta sui giudici corrotti al Consiglio di Stato: avrebbe pagato un magistrato per ribaltare una sentenza tributaria.
Meno scoppiettante la parabola di Danilo Coppola. Detto «er cash», condannato in secondo grado per il fallimento del suo progetto immobiliare milanese di Porta Vittoria, al processo per questa devastazione bancaria da 650 milioni di euro, in aula e fuori ha avuto un comportamento impeccabile, lacrime comprese. A febbraio 2018 si è preso una condanna a sette anni (con risarcimento da 153 milioni), ma ha fatto appello.

C’è chi invece vorrebbe scomparire, ma alla fine lo trovano sempre. Come Giuseppe Mussari, penalista calabrese che nell’era pre-Bce dei banchieri «del territorio» fu fatto presidente del Monte dei Paschi di Siena. È passato alla storia per aver aperto una voragine nella banca più antica del mondo comprando per 10 miliardi Antonveneta. Vive in un coagulo di villette intestate alla moglie, a pochi chilometri da Siena. Cucina e va a cavallo all’alba. Cinque anni fa Sette, il magazine del Corriere, gli dedica una copertina («La seconda vita di Mussari»). Leggiamo: «Giuseppe entra nella stalla, sella il cavallo e parte. Inizia a cavalcare, lentamente, nel silenzio del vento come farebbe Corto Maltese, l’eroe di Hugo Pratt e suo che si cambiò il destino disegnandosi la linea della fortuna sulla mano sinistra. Da solo, col coltello». Al centro di varie inchieste, Mussari sta aspettando la sentenza per i derivati appioppati al Montepaschi e per operazioni immobiliari disastrose. A Milano, i pm hanno chiesto per lui 8 anni di carcere e quattro milioni di multa. La sentenza, attesa a settembre, dirà alle migliaia di poveri azionisti senesi se Mussari-Corto Maltese ha davvero cambiato destino e, soprattutto, a chi.
Chi ha solo cambiato casa è Giovanni Zonin, per 19 anni dominus incontrastato della Popolare di Vicenza e della controllata Banca Nuova, l’istituto siciliano che gestiva i soldi dei servizi segreti e all’interno della quale si sarebbe mossa, secondo Report e per la procura di Caltanissetta, la rete spionistica gestita da Antonello Montante, l’ex numero due di Confindustria. L’appartamento nel centro di Vicenza è chiuso e sbarrato. La tenuta nella vicina Gambellara è affidata ai figli. Zonin e consorte si sono spostati tra i vigneti di Terzo d’Aquileia, in Friuli, dove possono andare a cena fuori senza che tutta la sala si metta a rumoreggiare. L’ex banchiere torna a Vicenza solo per il processo di primo grado, che non finirà prima della prossima primavera, dove si mostra sempre sorridente. La Procura gli ha sequestrato beni per 195 milioni di euro, sulla base del fatto che avrebbe fatto perdere 6 miliardi di euro a 118 mila soci, ma Zonin sa che anche lui, in qualche modo, è «un pezzo dello Stato». E la prescrizione marcia inesorabile.
A volte, però, il tempo si ferma. Virgilio Degiovanni, quello della rivista Millionaire e della quotazione di Freedomland (30 mila investitori hanno perso il 92 per cento, per un totale di 315 milioni), vent’anni dopo è sempre uguale. Da Milano, dove ha patteggiato 10 mesi di reclusione per aver falsificato il prospetto di quotazione di Freedomland (internet sulla tv), si è spostato a Napoli, per amore. Il suo gruppo editoriale resiste, «Degio» non spaccia più affaroni con il marketing piramidale, non organizza più convention, ma è passato al franchising e ai web-sermoni per chi vuol «fare impresa». Dispensa consigli come «Sul lavoro non fidatevi di nessuno», spiegando che pure lui ha fatto questo errore. E il nome di uno dei suoi ultimi corsi, «iMaster imprenditività job», ne conferma la pericolosità, più che altro per la lingua italiana.

Fa quasi tenerezza anche il caso di Raffaello Follieri, 40 anni, l’ex ragazzo foggiano che solo l’arresto per truffa da parte della magistratura statunitense (giugno 2008) ha separato dalla scintillante love story con l’attrice Anne Hathaway. Ma la tenerezza è più che altro per i tifosi delle squadre di calcio che ogni tanto dice di voler comprare. Follieri si spacciava per finanziere vaticano e trattava immobili di lusso, ma non aveva un dollaro e si è fatto quattro anni di galera in Pennsylvania. Cappotto blu di cachemire, ciuffo fluente, gentilissimo con tutti, è tornato sulla cresta dell’onda. Chi lo frequenta ammette: «Impossibile volergli male, forse non ha un soldo, ma è come se vivesse in un cinepanettone permanente». Negli ultimi due anni si è fatto un po’ di pubblicità, trattando l’acquisto prima del Foggia e poi del Palermo. Prima o poi ce la farà. Nel mondo del pallone manca solo lui.
A volte, dai crac emergono nuove inclinazioni. Deiulemar è un nome da incubo, in Campania, per 13 mila azionisti che in questa società di navigazione di Torre del Greco hanno perso 800 milioni. Il gruppo, fallito nel 2012, faceva capo alle famiglie Iuliano, Lembo e Della Gatta. Due fratelli Della Gatta, pur dicendo di essere disperati e senza un soldo, sono stati visti ballare in discoteca, ripresi con i telefonini dagli obbligazionisti truffati. Ma Angelo Della Gatta, che ha sulle spalle una prima condanna a 11 anni, quando era ai domiciliari ha ottenuto di lavorare nella farmacia della sua compagna e dall’estate scorsa indossa il camice da uomo libero. Almeno lui non dovrebbe soffrire di coazione a ripetere.
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