Economia

Taglio dell'Irpef: strada in salita per il governo Monti

Ecco perché il premier non può tagliare le tasse

Il premier Mario Monti con la famiglia, durante una passeggiata in montagna (Credits: Ansa)

Un taglio alle tasse da mettere in cantiere già a settembre o entro la fine dell'anno. E' l'ipotesi al vaglio del governo che, secondo le indiscrezioni circolate in questi giorni ma smentite oggi direttamente dal premier che ha ribadito che serve ancora del rigore, sarebbe intenzionato a ridurre l'Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), cioè il prelievo fiscale che colpisce gli stipendi e i compensi di gran parte dei contribuenti italiani, dagli impiegati pubblici ai dipendenti delle aziende private sino ai lavoratori autonomi.

CAMMINO IN SALITA.

Monti ha smentito. In effetti, i margini di manovra non sono grandissimi, visto che lo stesso premier ha subordinato l'avvio dei tagli a 3 condizioni irrinunciabili: l'esclusione di qualsiasi provvedimento di condono fiscale, il rispetto dei vincoli di bilancio concordati dall'Italia con i partner europei e la compatibilità della riduzione dell'irpef con gli obiettivi della spending review, cioè il processo di revisione di tutte le voci di spesa dello stato, avviato dal governo nei mesi scorsi.

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TRA PD E PDL.

Secondo le ipotesi già circolate a primavera, la prossima sforbiciata all'irpef potrebbe essere nell'ordine di 2 o 3 miliardi di euro: una cifra su cui ruoteranno però le trattative tra i partiti  che appoggiano l'esecutivo. In vista dell'appuntamento elettorale del 2013, tutte le forze politiche di maggioranza (Pd, Pdl e Terzo Polo) sembrano concordi nell'auspicare un taglio delle tasse. Tuttavia, le posizioni dei due maggiori partiti, Pd e Pdl, rischiano di essere divergenti. Il Pd, infatti, auspica soprattutto un taglio dell'irpef sui redditi bassi mentre il centrodestra sembra più propenso ad appoggiare una riduzione generalizzata delle aliquote, senza escludere i redditi medi.

UNA TORTA DA 160 MILIARDI.

Non sarà dunque facile, per il presidente del consiglio, riuscire a sbrogliare il bandolo della matassa. L'irpef è infatti  una voce che incide non poco sul bilancio dello stato, per una cifra complessiva di circa 160 miliardi di euro di entrate annue. Si tratta, è bene ricordarlo, di un'imposta progressiva con aliquote che crescono all'aumentare dei redditi dichiarati dal contribuente: per i compensi fino a 15mila euro, per esempio, il prelievo irpef ammonta al 23% e cresce al 27% tra i 15 e i 28mila euro di reddito, per raggiungere  gradualmente il 43% sopra la soglia di 75mila euro di  imponibile. Gran parte dei contribuenti, cioè oltre l'80%, si concentra però nei primi due scaglioni (rappresentati da chi guadagna meno di 28-29mila euro all'anno). Una piccola riduzione delle aliquote sui redditi meno elevati, dunque, rischia  di coprire da sola tutti i possibili tagli giudicati ammissibili dal governo.

“Anche se fosse soltanto un provvedimento simbolico o di piccola portata, la riduzione dell'irpef rappresenterebbe comunque un bel segnale”, dice Giuseppe Bortolussi , segretario della Cgia, la confederazione degli artigiani di Mestre, il quale consiglia al presidente del consiglio di concentrare i tagli sui redditi al di sotto dei 35mila euro, percepiti dalla fascia di popolazione maggiormente esposta agli effetti dell'attuale crisi economica. Secondo Bortolussi, anche una sforbiciata all'irpef nell'ordine di appena 2 o 3 miliardi potrebbe avere infatti qualche effetto positivo sulla crescita dei consumi, soprattutto se i tagli verranno ben architettati e saranno circoscritti su alcune categorie, per esempio incrementando le detrazioni o le deduzioni fiscali soltanto sulle famiglia numerose.

LA STANGATA DELLE ADDIZIONALI.

Mentre la riduzione delle aliquote  rimane però ancora un'ipotesi, purtroppo per gli italiani c'è di sicuro un'altra stangata in arrivo: è quella provocata dall'aumento delle addizionali comunali e regionali della stessa irpef. Due provvedimenti adottati nei mesi scorsi (uno dal governo Berlusconi e un altro dall'esecutivo di Monti)  consentono ai sindaci e ai governatori di incrementare ancora le imposte di loro competenza (sino allo 0,8% nel caso delle addizionali comunali e dello 0,33% per quelle regionali). Con un risultato: secondo le stime della Cgia, i nostri connazionali nel 2012 pagheranno almeno 3,5 miliardi di euro in più di tasse locali.

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