Economia

Sud e industria: Napoli e Bari in testa. Parola di Istat

I due capoluoghi occupano, rispettivamente, la 14esima e la 26posizione nella graduatoria nazionale per volume di affari

Gabriele Basilico, Napoli, 2004

Federico Pirro

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Federico Pirro è docente dell'Università di Bari. Su Panorama.it parla di Sud e delle potenzialità di un territorio spesso denigrato ma ricco di molte ricchezze.

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Ancora una volta la pubblicazione di una nutrita serie di dati da parte dell’Istituto centrale di statistica offre la possibilità agli osservatori più attenti di analizzare alcune dinamiche socioeconomiche di tutte le provincie italiane e di quelle meridionali in particolare.

L’Istat, infatti, ha reso noti di recente i dati in serie storica dal 2000 al 2013 riguardanti il valore aggiunto a prezzi correnti dei maggiori comparti produttivi nazionali per grandi ripartizioni - Nord, Nord Ovest, Nord Est, Centro, Mezzogiorno - e per singole province.

Ne emerge uno spaccato di grande interesse per gli studiosi e per tutti i fruitori professionali di macroserie di dati economici perché quanto reso noto abbraccia un periodo fra i più complessi della storia del Paese che include, lo sappiamo tutti, la più grave crisi che esso abbia conosciuto dal 1929.

Ripromettendoci di analizzare in altra occasione il dettaglio diacronico dei materiali analitici messi a disposizione dall’Istituto centrale di statistica, ci si sofferma ora sui dati dell’anno 2013 riguardanti il valore aggiunto del settore industriale - includendo in esso attività estrattive, manifatturiere, fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata, di acqua, reti fognarie, attività di trattamento rifiuti e risanamento - e del solo comparto manifatturiero nelle province del Mezzogiorno.

Un'istantanea parziale ma esaustiva

Dal calcolo è escluso il comparto delle costruzioni, che pure l’Istat riporta, ma a parte rispetto agli altri settori classificati come industriali. E’ una fotografia dunque molto parziale quella che si offre - ne siamo consapevoli - essendo un’istantanea riferita al solo 2013, anno culminante di una crisi durissima, che andrebbe accompagnata da un’analisi dell’andamento di tutto il periodo coperto dai dati. Comunque, pur nella piena consapevolezza della parzialità del quadro che presentiamo, lo si offre come elemento di riflessione.

Quali sono gli elementi salienti che emergono? I più significativi, a nostro avviso, sono i seguenti:

1) due grandi aree metropolitane meridionali, ovvero Napoli e Bari con i loro apparati industriali sono rispettivamente in 14° posizione (Napoli) e in 26° nella graduatoria nazionale.

L’area partenopea, con un valore aggiunto di 5,3 miliardi di euro nel settore industriale e di 4 nel solo manifatturiero; Bari con il suo hinterland metropolitano invece presentava un valore aggiunto di 2,8 miliardi nel settore industriale e di 2,2 nel manifatturiero. Queste due grandi agglomerazioni industriali, pertanto, non erano certo agli ultimi posti nella graduatoria nazionale delle province italiane.

2) Se si osservano poi le concentrazioni provinciali di valore aggiunto industriale e manifatturiero lungo le coste tirreniche - da Trapani fino a Imperia sul Mar ligure e da Lecce a Trieste sull’Adriatico - si scopre che Napoli occupava la seconda posizione dopo Roma (2° in Italia alle spalle di Milano con 13 miliardi nell’industria e 6,9 nel manifatturiero), superando così numerose province costiere del Centro Italia e in Liguria, mentre Bari occupava la 2° posizione sull’Adriatico alle spalle di Venezia (3,4 miliardi di valore aggiunto nell’industria e 2,9 nel manifatturiero) e prima di altre aree industriali di apprezzabili dimensioni, come ad esempio Chieti, Pescara, Ancona, Ravenna, Ferrara, Trieste e Gorizia che vanta i cantieri navali di Monfalcone.

Gli apparati produttivi delle due grandi aree metropolitane di Campania e Puglia, pertanto, restano punti forti dell’industria italiana, nonostante i processi di ristrutturazione subiti, al pari di altre zone del Paese, negli anni della grande crisi, continuando così a presentare profili produttivi ben lontani da ogni prefigurazione di incipiente desertificazione industriale. Quelle di Napoli e Bari, peraltro, restano nell’ordine le prime due province per valore aggiunto industriale nel Meridione.

3) Anche altre aree industriali del Mezzogiorno continuano però ad emergere dal quadro delineato dai dati dell’Istat con dimensioni ragguardevoli, anche se si collocano alle spalle delle due appena ricordate.

Le altre

Basti pensare alla già ricordata Chieti - con il grande polo dell’automotive della Val di Sangro, in 37° posizione con 2,1 miliardi di valore aggiunto industriale ed 1,7 nel manifatturiero, a Salerno in 44° con 1,9 miliardi nell’industria ed 1,5 nel manifatturiero, a Catania in 47° con 1,7 ed 1,1 miliardi - sede dell’Etna Valley con la STMicroelectronics e di grandi industrie farmaceutiche italiane ed estere, a Siracusa in 60° posizione con il grande polo petrolchimico di Priolo-Augusta-Melilli, fra i maggiori del Mediterraneo.  

Una menzione particolare merita poi a parere di chi scrive la provincia di Potenza che, grazie alle attività estrattive petrolifere in Val d’Agri e al grande polo dell’automotive e dell’agroalimentare nel Melfese, è stata nel 2013 la 4° provincia meridionale per il valore aggiunto industriale dopo Napoli, Bari e Chieti.

Bisognerà dunque approfondire molto l’analisi appena abbozzata in questa sede: i dati lo consentono, ma bisognerà lavorare scientificamente senza indulgere pregiudizialmente a visioni di sottosviluppo permanente del Sud che non hanno riscontro nei dati reali.

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