Economia

Stiglitz: ecco perché l'ineguaglianza è stata una scelta

Il nuovo saggio del Premio Nobel delinea un percorso per la redistribuzione della ricchezza a partire dall'abbandonare la ricerca di rendita

Joseph Stiglitz

Joseph Stiglitz – Credits: Win McNamee/Getty Images

Joseph Stiglitz non ha dubbi: l’ineguaglianza economica non è un imprevisto sfortunato, ma una scelta. Il Premio Nobel lo spiega nel suo saggio intitolato: “Riscrivere le regole dell’economia americana: un’agenda per la crescita e la prosperità condivisa”, uscito in questi giorni negli Stati Uniti. Secondo Stiglitz, spiega anche The Atlantic, la situazione che sta vivendo il Paese è una chiara immagine del fatto che le cose siano andate nel modo sbagliato: il 91% dell’incremento del reddito registrato fra il 2009 e il 2012 è andato all’1% degli americani più ricchi.

Nella prima parte del libro, dunque, spiega quali sono le scelte che hanno portato a questo risultato. La morte dei sindacati, la crescente “finanzializzazione” dell’economia, la mancanza di opportunità per costruire benessere presso le minoranze sono tutte scelte che hanno reso i ricchi ancora più ricchi e hanno lasciato tutti gli altri alle prese con la difficoltà di far quadrare i conti. Nel cahiers des doléances, Stiglitz annota anche bassi stipendi, miopia federale e l’attenzione su scelte di breve termine invece di quelle di lungo periodo, una posizione che interpreta il desiderio di premiare gli azionisti a discapito di lavoratori e consumatori.

Il paradosso è che, nonostante il progresso tecnologico che, almeno in teoria, dovrebbe migliorare l’efficienza e ridurre i costi, i consumatori pagano ancora di più per i servizi finanziari. Conseguentemente, le banche diventano sempre più ricche estraendo ulteriori risorse dalla classe media. La sommatoria di tutte queste situazioni, alla fine, porta consueguenze sul fronte economico, sociale e morale.

Le azioni possibili
Il professore di economia alla Columbia non si ferma qui e propone un piano d’azione per aggiustare le cose, partendo dal funzionamento dell’economia americana. Per prima cosa, Stiglitz mette in discussione la ricerca di rendita, ovvero la pratica di accrescere la ricchezza prendendone dagli altri, invece di generarne attraverso un’attività economica.

È il caso delle lobby che aiutano le grandi imprese a cambiare le leggi e i regolamenti in loro favore, senza produrre nulla se non il fatto di rendere ancora più ricco e influente un gruppo di persone già ricco e influente. Ridurre la ricerca di rendita è fondamentale – osserva - per cercare di ridurre l’ineguaglianza, specialmente quando si tratta di questioni complesse come i prezzi delle case o i brevetti. Gli americani, insomma, dovrebbero abbandonare la convinzione “incorretta e datata” in base alla quale tasse e regolamenti limitano le opportunità di crescita dell’economia.

In realtà, un’inversione di rotta radicale su questo fronte potrebbe contribuire a cambiare le cose, perché, per esempio, un aumento delle tasse per i redditi più alti disincentiverebbe le persone dall’accumulare larghe ricchezze. Secondo Stiglitz, un aumento del 5% delle tasse sui patrimoni dei super ricchi sarebbe già sufficiente a spostare 1,5 trilioni di dollari nel giro di dieci anni verso le fasce economiche più deboli. Inoltre, dovrebbero essere eliminati i trattamenti “preferenziali” per chi guadagna attraverso dividendi e capital gains, benefici riservati alle persone che posseggono grandi quantità di quote.

Le Fed deve cambiare

Per fare in modo che le multinazionali, i mercati e gli individui non inseguano il profitto a spese di lavoratori e cittadini, Stiglitz invita la banca centrale ad avere un ruolo più attivo. La Fed, condanna l’economista, ha un ruolo troppo focalizzato su indicatori macroeconomici e deferente verso mercati e attività commerciali che dovrebbe invece regolare. Piuttosto, dovrebbe preoccuparsi di sostenere un programma che promuove la proprietà immobiliare a vantaggio dei piccoli proprietari.

L’agenda, infine, prevede iniziative per la piena occupazione, investimenti nell’infrastruttura pubblica, migliore accesso ai servizi finanziari, sostegno per la cura dei figli e la salute, migliori salari per i lavoratori e maggiore trasparenza per le imprese. Insomma, un mercato in cui a tutti i cittadini viene garantita la promessa dello studio, del lavoro, dell’abitazione e di una pensione dignitosa sembra – osserva The Atlantic - la realizzazione del Sogno Americano, ma anche un’utopia inattuabile.

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