Start up, aspettando gli incentivi fiscali

Nel decreto lavoro il ministro Zanonato ha fatto inserire alcune modifiche che allargano le maglie per accedere alle agevolazioni decise dal governo Monti per le start up. Ma non sono ancora pronti gli incentivi per chi investe nelle nuove imprese

Il ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato (credit: Valerio De Rosa/ImagoEconomica)

Giovanni Iozzia

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Che in Italia ci sia voglia di fare non c’è dubbio. Qualcuno ha anche provato a capire quanti sono gli aspiranti imprenditori: 300mila, dice una recente indagine svolta dalla società Human Highway per l’associazione ItaliaStartup. Sarebbero una bella squadra di combattenti per la crescita se avessero soldi e meno paura per il momento difficile. In molti stanno provando a rassicurarli, a partire dal ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato, che è riuscito in extremis a fare inserire nel decreto Lavoro alcuni aggiustamenti alle agevolazione per le start up così come erano state pensate dal governo Monti nel cosiddetto Crescita 2.0. 

Il segnale lanciato è chiaro: andate e intraprendete. Il percorso meno: perché tra il decretare e il fare c’è di mezzo il mare della nomenklatura ministeriale e l’oceano della burocrazia diffusa. E non sempre quel che viene “venduta” come agevolazione e/o semplificazione risulta tale. La srl a 1 euro per tutti , per esempio. Da un anno poteva farla chi aveva meno di 35 anni e, a sentire i commercialisti, non c’è stata questa gran corsa negli studi notarili, perché si tratta di uno strumento piccolo per idee piccole o spesso destinate a restare tali. Del resto, fanno notare i professionisti, qual è il livello di affidabilità nei confronti di banche e fornitori di una società con 1 euro di capitale?

Sul fronte delle start up l’intervento di Zanonato è invece più interessante perché allarga le maglie troppo strette decise dal governo Monti per concedere le agevolazioni (soprattutto fiscali oltrechè di flessibilità sul lavoro) previste per le start up innovative, le STI. I soci non devono più mantenere le quote per due anni e basta spendere in ricerca “solo” il 15% (prima il 20%). C’è poi un’apertura per le società titolari di un software registrato alla Siae e per quelle che hanno 2/3 di laureati fra i lavoratori. «Un intervento molto positivo», commenta Enrico Gasperini, fondatore del venture incubator Digital Magics, che sta preparando il collocamento in Borsa. «Solo 5 delle nostre 25 startup rispondevano ai requisiti precedenti, troppo stringenti».

Adesso che è facile prevedere un aumento delle STI iscritte agli speciali registri delle Camere di Commercio (sono 937 a fine giugno), restano da attirare gli investimenti. Le norme di attuazione sugli incentivi fiscali per chi scommette i propri capitali su una start up sono ancora in commissione parlamentare dopo che il Decreto Crescita 2.0 è stato respinto da Bruxelles e ha dovuto essere riscritto. Quando e come usciranno dall’aula si capirà la reale portata di quello che è il pezzo più importante di tutto il sistema di agevolazioni per le start up. Se non ci saranno gli investimenti non ci sarà nuovo lavoro. Non solo nelle start up. E’ solo un’illusione politica pensare che gli incentivi tanto trionfalmente presentati dal premier Letta possano risolvere il problema della disoccupazione, che l’Istat proprio oggi segnala in crescita. Sono soltanto pannicelli caldi su un corpo stanco che ha solo bisogno di energie qualificate e libertà di movimento. 

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