Spending review: perché Cottarelli minaccia le dimissioni

Più di un miliardo e mezzo di uscite, soprattutto per le pensioni anticipate di statali e insegnanti. Le ragioni dello scontro tra il governo e il commissario taglia-spese

Il commissario Carlo Cottarelli con il ministro Madia – Credits: Paolo Cerroni / Imagoeconomica

Andrea Telara

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La cifra in ballo è di circa 1,6 miliardi di euro. Sono le uscite programmate dal governo, che hanno fatto arrabbiare il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, cioè l'uomo incaricato dall'esecutivo di mettere in atto un piano di revisione a 360 gradi delle spese statali, con lo scopo ovviamente di tagliarle, per poi abbassare le tasse. Quelle spese che Cottarelli tenta faticosamente di sforbiciare, però, a suo dire vengono in parte dirottate in automatico verso altre uscite, come in un sistema di vasi comunicanti. Il risultato, ovviamente, è che l'auspicata riduzione delle imposte, generata proprio dai risparmi di spesa, rischia di andare a farsi benedire.

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Quando c'è da prendere qualche soldo per coprire finanziariamente un provvedimento di legge, infatti, in Parlamento e a Palazzo Chigi si fa spesso riferimento ai tagli messi in agenda con la spending review. Era già avvenuto, sostiene Cottarelli, con la Legge di Stabilità per il 2014 del duo Saccomanni-Letta, ma il copione si è ripetuto nelle settimane scorse, con il decreto di riforma della pubblica amministrazione, approvata dall'esecutivo di Matteo Renzi con la regia del ministro Marianna Madia.

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In particolare, nel decreto-Madia ci sono due norme che lasciano molto perplesso Cottarelli (soprattutto dopo le modifiche in Parlamento). La prima riguarda la possibilità di mettere in pensione d'ufficio, ma senza penalizzazioni, i dipendenti pubblici anziani che maturano i requisiti minimi contributivi per mettersi a riposo (41 anni e mezzo di servizio per le donne e 42 anni e mezzo per gli uomini). La seconda, e più significativa, per Cottarelli è quella che riguarda circa 4mila esodati della scuola, tra insegnanti e personale amministrativo.

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Si tratta di persone che, nel 2012, avevano già ricevuto l'autorizzazione per mettersi a riposo con la cosiddetta quota 96, cioè con 61 anni di servizio e 35 anni di contributi o con 60 anni all'anagrafe e 36 anni di carriera. Poi, mentre questi lavoratori erano ancora impegnati a completare l'anno scolastico, è arrivata la riforma previdenziale dell'ex-ministro Fornero, che ha allungato di colpo l'età del pensionamento e li ha costretti a rimanere in servizio. Una beffa, a cui le Camere hanno tentato appunto di rimediare, approvando un emendamento al decreto sulla pubblica amministrazione.

Da settembre, gli esodati della scuola potranno andare in pensione con le vecchie regole precedenti la riforma Fornero. Tale provvedimento, però, comporterà un onere per lo stato di quasi 400 milioni di euro, da qui al 2018. Dove verranno presi i soldi? Naturalmente dalla spending review di Cottarelli. Con una mano si taglia, insomma, e con l'altra si spende. Altro che taglio alle tasse.

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