Economia

Spending review: chi la vuole e chi la ignora

Mentre il governo mette a punto i tagli ai ministeri, la Cgil chiede 500mila nuove assunzioni nel settore pubblico

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Giuseppe Cordasco

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L'adozione di un'efficace spending review è ormai da qualche tempo divenuta una delle scelte di politica economica più evocate, ma meno praticamente perseguite nel nostro Paese.

Dagli annunci di tagli, ai periodici incarichi affidati a commissari ad acta, le possibili soluzioni per mettere un freno serio alla spesa pubblica italiana, ritenuta da sempre fuori controllo, non sono certo mancate in questi ultimi anni. Peccato però che alla fine dei conti, nessuno sia poi mai riuscito davvero ad incidere in maniera seria su un bilancio pubblico che per tanti aspetti rimane un colabrodo.

Ma quel che sorprende di più è che, nonostante ormai da anni sia convinzione diffusa che i costi della macchina statale debbano essere come minimo razionalizzati, non ci sia invece a livello di forze politiche e sociali un'azione condivisa su come contenere effettivamente queste spese.

L'ennesima riprova di tutto ciò si sta avendo proprio in queste ore. Da una parte c'è infatti il governo impegnato a progettare i futuri tagli di spesa per i ministeri, mentre dall'altra troviamo il sindacato, nella fattispecie la Cgil, che lancia invece l'idea di un programma di assunzioni per i prossimi tre-sei anni proprio nel settore pubblico. Ma vediamo nel dettaglio quello che sta accadendo.

C'è chi taglia?

Come accennato, chi, in questo momento, sembra stia seriamente pensando a un nuovo programma di spending review è il governo. In queste ore infatti, il ministero dell'Economia ha siglato i primi accordi con altri sei dicasteri, ovvero ministero dello Sviluppo economico, ministero del Lavoro, dell'Agricoltura, dell'Ambiente, della Salute e della Giustizia, per monitorare tagli di spesa pubblica per un totale di circa un miliardo.

Tagli, è bene precisarlo, assegnati complessivamente ai vari ministeri dal Def 2017. Nei prossimi giorni poi, è già previsto che gli stessi impegni vengano assunti dagli altri ministeri con portafoglio.

Ovviamente, come già spesso accaduto in passato, lo stesso ministero dell'Economia si affretta a precisare che, ?questi interventi saranno oggetto dello specifico monitoraggio, al fine di verificare l'effettivo conseguimento degli obiettivi di spesa assegnati?. E la speranza, ovviamente, è che tali obiettivi vengano centrati, per la salute stessa dei nostri conti statali.

...e c'è chi chiede più spesa

Ma mentre il governo si impegna in questa nuova sfida sulla spending review, nelle stesse ore, dal fronte sindacale arriva una proposta che potrebbe rendere vano qualsiasi impegno di contenimento della spesa pubblica. È la Cgil a farsi promotrice infatti di un'idea che prevederebbe l'assunzione di 500mila nuovi addetti proprio nel settore pubblico.

In sostanza, il sindacato guidato da Susanna Camusso propone un piano che capovolga la situazione che si trascina da anni, per cui le uscite dalla pubblica amministrazione hanno sempre sovrastato le entrate, in nome appunto della spending review. Ora, questa sarebbe la nuova ricetta, le assunzioni dovrebbero essere il 30% in più rispetto alle uscite.

Una soluzione che tradotta in cifre significherebbe proprio far entrare nel settore pubblico 500mila nuovi lavoratori nel giro dei prossimi tre-sei anni. Certo, in questa proposta si scorgono chiaramente scorie da campagna elettorale, visto che proprio nel settore pubblico si voterà tra il 17 e il 19 di questo mese, per il rinnovo delle Rsu, ossia delle rappresentanza sindacali unitarie.

Resta il fatto però che la ricetta della Cgil risulta in netta controtendenza con quella del governo, almeno di quello ancora provvisoriamente in carica guidato dal premier Paolo Gentiloni. Non resta a questo punto che aspettare quale sarà invece l'atteggiamento che adotterà su questa questione il nuovo esecutivo che dovrebbe nascere in seguito alle recenti elezioni politiche del 4 aprile scorso. Staremo a vedere.

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