Yuan: perché la valuta cinese è sempre più importante

La banca centrale sta cercando di contrastrare la crisi. Ma l'azione giunge in ritardo e gli stimoli monetari rischiano di diventare inutili

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Massimo Morici

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A che gioco sta giocando la banca centrale cinese? Se lo stanno chiedendo molti investitori in questo inizio d’anno turbolento per i mercati asiatici e in particolare per la Cina di fronte alla doppia svalutazione dello yuan nei confronti del dollaro, prima dello 0,2 e poi dello 0,5%.

Una mossa che ha affossato nei giorni scorsi assieme ai timori geopolitici in Medio Oriente e Nord Corea le Borse di tutto il mondo.

Uno di questi grandi investitori è Amundi, il più grande fondo di investimento della zona euro controllato dal Crédit Agricole con oltre 1.000 miliardi di euro di masse in gestione.

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Il QE mascherato

Gli analisti del maxi-fondo francese si sono dati una risposta didascalica: "l’aggressiva politica monetaria (anche se non la chiamano QE), quella fiscale (anche se non la chiamano stimolo) e le politiche di investimento continueranno e si estenderanno nel 2016 e oltre, contrastando la crisi economica".

Detto altrimenti, Pechino non può azionare il bazooka, come ha fatto invece Mario Draghi per sostenere l’Eurozona. E non lo fa, perché sarebbe una conferma di quello che in molti sospettano da tempo.

Del resto, non sono in pochi a mettere in dubbio la veridicità dei numeri divulgati dalle autorità cinesi (Pil +6,9% nel 2015).

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Le pressioni della politica sulla banca centrale
Gli investitori si chiedono se la frenata della crescita del Dragone, a due cifre fino a pochi anni fa, sarà dolce o un  hard landing (atterraggio duro), come dicono gli americani prendendo a prestito l’espressione dall’aeronautica.

Per evitare il volo in picchiata, secondo gli esperti di Amundi, la Banca Popolare Cinese ha utilizzato le settimane a cavallo tra il 2015 e il 2016 per deprezzare la valuta (entrata di recente nelle valute di riserva dell'Fmi) "fino a un livello desiderabile, preservando le proprie riserve di valute estere".

Che sia questa la strategia di Pechino, lo confermerebbero anche alcune indiscrezioni riportate dall'agenzia Reuters: la banca centrale sarebbe sotto pressione da parte di alcuni politici che desiderano un calo rapido e drastico dello yuan, anche del 10-15%.

Sempre le indiscrezioni dell’agenzia britannica parlano di una "raffica di indicatori economici" che nelle prossime settimane probabilmente mostreranno quello che la banca centrale cinese non può ammettere e cioè che l'attività economica ha continuato a rallentare nel mese di dicembre, aggiungendo nuove preoccupazioni sulle prospettive del 2016.

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L'effetto sulle Borse
Il passaggio da un’economia basata su infrastrutture ed esportazioni a un modello incentrato su consumi interni e servizi non sarà dunque indolore: meglio puntare ancora un po’ sulle export e spingere gli investitori a comprare asset cinesi sostenendo il mercato con abbondante liquidità.

Il problema, però, è che gli stimoli delle banche centrali hanno sempre meno effetto sull'economia reale e l'aggressiva politica monetaria di Pechino giunge persino in ritardo, dopo che la stessa è già stata adottata da Fed, Bank of Japan e la Bce.

"Questo, insieme ai timori legati al rialzo dei tassi negli USA, potrebbe indicare un anno difficile per i mercati" ha detto Paul Markham, un gestore azionario globale del fondo britannico Newton IM (controllato dalla banca americana BNY Mellon).

Senza contare che un guru degli investimenti come George Soros di recente a un convegno ha lanciato l'allarme: le svalutazioni dello yuan "trasferiscono le criticità al resto del mondo", mentre Pechino fatica a trovare un nuovo modello di crescita.

Tutto ciò "potrebbe portare a una nuova crisi come nel 2008". Ma il finanziere miliardario disse più o meno le stesse cose nel 2011 durante la crisi del debito greco che si limitò appunto all’Eurozona.

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