Torna il protezionismo: chi vince e chi perde in Borsa

Gli investitori vendono i titoli tech e puntano su settori più difensivi: materie prime, beni di prima necessità ed energia

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Il Presidente Usa Donald Trump - 1 aprile 2017 – Credits: GettyImages

Massimo Morici

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Il Regno Unito il 29 marzo ha formalizzato la Brexit, mentre l’amministrazione americana sta preparando dazi punitivi su una lista di prodotti della Ue, che a sua volta minaccia ritorsioni commerciali. Il protezionismo, insomma, sembra guadagnare seguaci e una nuova era del commercio internazionale, a detta di non pochi esperti, è ormai alle porte.

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I settori da mettere nel mirino
"È noto a tutti che il libero commercio sia un fattore positivo per l’economia globale, perché il Pil del pianeta è più grande grazie al libero scambio. Ma dietro i grandi numeri si nascondono miliardi di addizioni e sottrazioni che rendono questa evidenza meno lineare" spiega Richard Flax, capo investimenti del robo-advisor anglo-italiano Moneyfarm. "I Paesi che hanno fatto del libero commercio la loro bandiera e la loro fortuna sono diventati di colpo protezionisti, mentre la Cina comunista si trova dall’altra parte della barricata. Come è possibile? A ben vedere, la storia della politica commerciale è costellata da repentini strappi e cambi di direzione radicali" aggiunge Flax.

Quale impatto può avere, invece, questa nuova tendenza politico-economica globale sugli investitori? E dove puntare in Borsa? Prima del 2016, quando l'espansione economica globale appariva anemica, il mercato ha premiato le società ancora in grado di generare crescita. Gli investitori professionali le chiamano aziende "growth", cioè ad alta crescita: sono quelle (come le aziende del tech) che hanno fatto meglio delle altre a partire dalla fine dell’ultima crisi, nel 2009.

Dallo scorso anno, però, il clima di fiducia è venuto meno e la volatilità è bruscamente aumentata, spingendo molti investitori a ruotare i portafogli, vendendo titoli growth per comprare titoli di società "value" (con profitti più stabili e duratori, ma tassi di crescita decisamente più bassi) attive in settori più difensivi, come i servizi di pubblica utilità, telecomunicazioni e beni di prima necessità, nonché in quelli più ciclici dei materiali e dell'energia. Sono le aziende che dovrebbero beneficiare, a detta di molti esperti, della promessa di Trump di anteporre gli interessi dell'America a quelli di altri paesi, di investire in infrastrutture e nelle energie tradizionali (petrolio e carbone).

È la scelta, ad esempio, che ha fatto Alisher Usmanov, il tycoon russo, che ha guadagnato 1,4 miliardi di dollari scommettendo su Facebook e Uber e ora è tornato a investire sui produttori di materie prime, come ricordava giorni fa Bloomberg.

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Il duello USA e Cina
Le aziende energetiche hanno recuperato in Borsa negli ultimi mesi grazie alla ripresa del prezzo del petrolio: dovrebbero continuare a fare bene se il prezzo si manterrà stabile sui 50 dollari al barile. Il rialzo dei tassi da parte della Fed, inoltre, potrebbe sostenere i titoli del comparto finanziario (banche) in America e penalizzare le Borse dei paesi emergenti, su cui incombe appunto lo spettro del protezionismo targato Trump.

Ma c’è chi la pensa diversamente. Thomas Schaffner, del fondo Vontobel AM, invita a guardare oltre i rischi commerciali globali. Motivo? "In Brasile e in Russia -  spiega - è in atto una ripresa, promossa dall’aumento dei prezzi delle materie prime, che agevola anche le altre economie esportatrici di commodity. Il Brasile e la Russia rappresentano inoltre importanti partner commerciali per la Cina, pertanto acquisteranno più prodotti da questo paese rispetto all’anno scorso e a quello precedente".

Già, il Dragone è in via di stabilizzazione e si sono attenuati i timori di una forte svalutazione del renminbi. Ma di mezzo, questa volta, c’è anche la geopolitica che vede affrontarsi sulla scacchiera le due principali economie mondiali.

"Le armi di Trump sono Taiwan, il riavvicinamento con la Russia, un Nafta riformato e allargato al Regno Unito che penalizzi l’import dalla Cina e, in extremis, l’imposizione di tariffe che potrebbero arrivare al 45 per cento. La Cina ha in mano la carta della Corea del Nord, che solo lei può tentare  di controllare, la possibilità di svalutare e quella di minacciare la vendita di titoli del Tesoro americani, che farebbe salire i tassi ma anche scendere il dollaro" chiosa Alessandro Fugnoli del fondo Kairos, nella sua newsletter il Rosso e il nero, molto letta tra gli addetti ai lavori. Staremo a vedere.

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