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Tagli ai Comuni, dopo il no della Consulta potrebbero arrivare i ricorsi

La decisione dei giudici costituzionali di bocciare la spending review voluta dal governo Monti apre scenari imprevedibili

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Giuseppe Cordasco

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In giornate letteralmente occupate dai risultati delle elezioni amministrative, è passata sotto gamba una decisione quanto mai rilevante della Corte costituzionale che con la sentenza n. 129/2016 ha deciso di annullare gli effetti della spending review voluta dal governo Monti con un decreto legge approvato nel luglio del 2012. Con quel provvedimento infatti, tra le altre cose, furono decisi pesantissimi tagli ai trasferimenti ai Comuni. Le risorse abolite erano dell’ordine di 2,25 miliardi per il 2013, 2,5 miliardi per il 2014 e 2,6 miliardi nel 2015.

Il ricorso

Tagli che come noto hanno portato in questi anni a un vero e proprio dissanguamento delle casse di molte amministrazioni comunali, che spesso non sono riuscite più nemmeno a fare fronte alle esigenze basilari dei cittadini. E proprio partendo da questo presupposto, alcuni Comuni, tra i quali la Città di Lecce, hanno deciso di presentare un ricorso alla giustizia amministrativa, ricorso che per competenza è stato trasferito in ultima istanza proprio alla Corte Costituzionale. Ora la decisione, a dir poco clamorosa, che in pratica boccia il provvedimento voluto da Monti, tanto nel merito, ma soprattutto nel metodo. Per quanto riguarda il primo aspetto, i giudici supremi hanno messo in discussione lo spirito stesso del decreto che, non a caso, era stato intitolato dal governo “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”.

Decreto bocciato nel merito...

Ebbene, pare che proprio questa invarianza dei servizi ai cittadini sia stata del tutto calpestata. Le misure restrittive del governo hanno infatti colpito, secondo quanto rilevato dalla Corte, non solo le spese di funzionamento dell’apparato amministrativo, ma anche quelle sostenute appunto per l’erogazione di servizi basilari ai cittadini. Tale criterio, sempre secondo i giudici, non sarebbe neanche di per sé illegittimo, ma dovrebbe comunque essere affiancato da procedure idonee a favorire la collaborazione con gli enti coinvolti e a correggerne eventuali effetti irragionevoli. Ed è proprio su questo punto che scatta il secondo aspetto illegittimo del decreto.

...e nel metodo

“Secondo quanto previsto infatti dall’art. 119 della Costituzione – spiega Guido Castelli responsabile enti locali dell’Anci – il metodo con il quale questi sacrifici finanziari dovessero essere suddivisi tra i circa 8.100 Comuni italiani dovevano essere condivisi, decisi cioè insieme all’interno delle varie Conferenze Stato-Enti locali”. Questo in effetti non è avvenuto. Il governo ha deciso infatti di affidarsi a un semplice decreto del ministero dell’Interno che ha tenuto come parametro di riferimento per la distribuzione dei tagli la media delle spese sostenute dai vari Comuni, per consumi intermedi nel triennio 2010-2012, desunte dal Siope, ovvero il “Sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici”, sistema di rilevazione telematica degli incassi e dei pagamenti effettuati dai tesorieri di tutte le amministrazioni pubbliche. “I tagli quindi potrebbero anche restare – fa notare Castelli – ma sono stati decisi in maniera unilaterale dallo Stato, e quindi sostanzialmente non conforme al dettato del citato art. 119 della Costituzione. Da qui potrebbero ora discenderne una serie di ricorsi dei vari Comuni, che aprono uno scenario del tutto imprevedibile”.

E per il futuro arriva la riforma costituzionale

Scenario, aggiungiamo noi, a cui probabilmente bisognerà porre rimedio con una decisione di carattere politico che disinneschi sul nascere una vicenda che potrebbe costare parecchi miliardi alle casse dello Stato. Per il futuro invece, il problema potrebbe non riproporsi più. “Con la recente riforma costituzionale Boschi voluta dal governo e sulla quale i cittadini saranno chiamati ad esprimersi ad ottobre – fa notare infatti Castelli –, tra le altre cose, è stata decisa una modifica proprio dell’art. 119 che di fatto prevede che il coordinamento di tutta la spesa pubblica venga sottratto totalmente agli enti locali e passi nella sole mani dello Stato, e più precisamente in quelle della nuova Camera dei Deputati. In questo modo – conclude con tono molto preoccupato – verrà sottratto ai Comuni l’ultimo e unico strumento che avevano per battersi contro decisioni di carattere finanziario unilaterali dell’amministrazione centrale, come il caso in questione dimostra”.

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