Svizzera, italiani in fuga

Un tempo era il paradiso degli italiani evasori fiscali. Oggi si è trasformata nell’eldorado di professionisti e imprenditori che vogliono lavorare bene, pagando sì ma soprattutto liberandosi dai mille vincoli della burocrazia. Per questo, dalla Lombardia al Veneto, in più di 6 mila hanno preso la residenza nella Confederazione negli ultimi due anni. E dal 1997 a oggi 131 aziende si sono trasferite nel Canton Ticino

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La bandiera della Svizzera, che dal 2017 è uscita dalla "Black List" dei paradisi fiscali dell'Agenzia delle entrate – Credits: AFP PHOTO / ODD ANDERSEN

Damiano Iovino

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Ricordate la Svizzera paradiso degli italiani evasori fiscali? Bene, dimenticatela, perché oggi la Confederazione è soltanto il paradiso per chi, professionisti e imprenditori, ma anche artigiani e studenti, ha voglia di lavorare. Sì, la Svizzera è il nuovo eldorado degli italiani, anche se è vero che la vita costa più cara, gli alti stipendi e la bassa pressione fiscale, sommati all’efficienza del sistema paese, sono una calamita sempre più potente. Così, anche a causa della crisi, negli ultimi anni l’emigrazione è tornata a crescere. E dall’inizio del 2012 a oggi sono quasi 6 mila gli italiani che hanno ottenuto la residenza in Svizzera, per la maggior parte in Ticino, nei Grigioni e nel Vallese, i cantoni confinanti dove si parla la nostra lingua.

Oggi la comunità italiana, con 294 mila residenti (che salgono a 500 mila con quelli di seconda generazione, che hanno il doppio passaporto), è la più importante fra gli stranieri che vivono in Svizzera e rappresenta più del 22 per cento degli 8 milioni di abitanti. Tanto che la nostra immigrazione, che si somma a quella degli altri paesi europei, inizia a preoccupare il governo di Berna. Le cronache politiche parlano di un possibile contingentamento all’ingresso degli stranieri, mentre il Canton Ticino ipotizza una revisione del patto che prevede la restituzione all’Italia di parte delle tasse pagate dai frontalieri in Svizzera. «Gli italiani ci rubano posti di lavoro» lamenta la Lega dei ticinesi, partito che ha connotati xenofobi «perché i frontalieri accettano salari più bassi dei nostri». L’affermazione lascia perplessi, se si confrontano i dati sulla disoccupazione: in Svizzera è ferma al 5 per cento, contro il 12,8 dell’Italia; e il dato fra i giovani scende addirittura al 3 per cento, nulla rispetto al drammatico 41,9 rilevato dall’Istat alla fine di maggio. Uno dei primi a fare le spese della protesta leghista è stato un giardiniere cagliaritano assunto a Chiasso: le polemiche sono state così forti che il comune ha appena rescisso il contratto.

Queste recenti derive protezionistiche sono comunque in contrasto con la politica che la Svizzera da tempo ha adottato per attirare investimenti e cervelli stranieri: dal Progetto Copernico, che dal 1997 al 2012 ha portato 113 aziende italiane in Ticino, all’ultima campagna dell’Università della Svizzera italiana che, prospettando 700 mila posti di lavoro per informatici in Europa e 36 mila in Svizzera, oggi invita gli studenti italiani a iscriversi ai suoi corsi. Ma tanti sono anche i giovani italiani che a Mendrisio frequentano l’Accademia dell’archistar Mario Botta: come Giulia Pinoli, una milanese di 21 anni che in settembre, finiti i primi due anni di lezioni, andrà per un anno a Berlino e poi ne farà tre di master. «Pago 7 mila euro all’anno, seguo lezioni tutti i giorni, ma ho un futuro assicurato» dice Giulia. Una certezza che manca a molti dei suoi coetanei e amici, che pure in Italia pagano la stessa cifra nelle loro università private.

In realtà la Svizzera ha una gran voglia di aprirsi al mondo, come dimostra il nuovo accordo per le trattative commerciali con la Cina, che presto dovrà essere ratificato dal parlamento. Se nel 1990 la sua fama di luogo ideale per riciclare denaro sporco fu scolpita dal sociologo Jean Ziegler con il best-seller La Svizzera lava più bianco, pubblicato in Italia dalla Mondadori, oggi il paese vuole cambiare immagine per uscire dalla «black list» dei paradisi fiscali a rischio riciclaggio. Lo dimostra anche il recente accordo con gli Stati Uniti per limitare il segreto bancario. «La Svizzera ha scelto di riformare il suo sistema creditizio» sintetizza Giulio Sapelli, docente di storia dell’economia alla Statale di Milano, «perché, essendo un paese fondato sull’ordine, la consapevolezza di attirare un’economia criminale ha prevalso su tutti gli altri vantaggi».

Che la Svizzera sia il perfetto ponte fra l’Italia e il mercato mondiale, «e che sia tramontata l’epoca in cui era vista solo come un posto dove nascondere valigiate di contanti», è convinzione di Gianluca Marano, un milanese di 43 anni che nel 2008 ha creato a Chiasso la Swiss valor advisory (Sva) per aiutare imprenditori e privati ad avviare un’attività nella Confederazione. «Le tasse, a seconda dei cantoni, vanno dal 20 al 25 per cento sugli utili: è un elemento molto attraente per chi, come gli italiani, paga in media il 50 per cento» spiega Marano. «Ma il fisco è solo una delle tessere del mosaico. La burocrazia è snella ed efficiente, le infrastrutture sono di primo livello, la stabilità politica garantisce la pace sociale, la flessibilità del mercato del lavoro è utile agli imprenditori e ai lavoratori, che sono assistiti quando perdono l’impiego».

Il titolare della Sva sorride quando racconta le reazioni degli imprenditori italiani alle sue consulenze: «Spiego loro qual è il costo del lavoro in Svizzera e, regolarmente, li vedo sobbalzare sulla sedia. Del resto, per 1.000 euro di salario il datore di lavoro in Italia deve spenderne altri 1.300, qui appena 200. Perché la busta paga è molto semplice: ci sono il lordo, due voci per la sanità e la pensione, e il netto».

In Svizzera l’azienda non paga per il sistema sanitario nazionale: è il dipendente che versa alla sua cassa malati, che chiede un versamento minimo di 300 franchi al mese (circa 250 euro), ampliabile a volontà. Per i minorenni la cassa costa meno e copre le spese del dentista. E la stessa sanità svizzera attinge dal bacino italiano medici e infermieri. «La richiesta di colleghi che vogliono venire qui è quintuplicata in poco tempo» afferma Rodolfo Bucci, 62 anni, di Ivrea, specialista in neuromodulazione del dolore. Bucci da poco ha preso la residenza a Chiasso, dove ora fa il consulente, ma conta di aprire presto un suo centro medico: «Ho lavorato a Denver, in Colorado, e ho diretto strutture private. Voglio fare ricerca sulle staminali, ma in Italia trovi subito un giudice che ti soffia sul collo. Qui hai meno vincoli, non sei ostacolato dalla burocrazia, parli con funzionari che ti danno solo input positivi». Bucci è talmente entusiasta della Svizzera da avere chiesto la residenza anche per sua figlia Francesca, che terminati gli studi di economia vuole aprire un centro di formazione a Chiasso.

La reazione a catena è frequente: «Capita sempre più spesso che un imprenditore, al quale abbiamo delocalizzato l’azienda, dopo qualche mese decida di vendere quel che ha in Italia per trasferirsi qui con tutta la famiglia» riferisce il commercialista veneto Andrea De Vido, un consulente della Sva che a sua volta sta valutando l’ipotesi di trasferirsi a Chiasso. La qualità della vita attrae soprattutto chi ha figli ancora bambini: «Il sistema scolastico serve a dare un lavoro ai ragazzi, non solo a mantenere gli insegnanti» dice, dura, Simona Coratelli. Con il marito Andrea, architetto come lei, Simona ha deciso di andare a vivere in Svizzera proprio per assicurare un futuro migliore ai figli. «Qui le regole sono chiare» spiega Andrea «paghi un’imposta ma sai sempre dove vanno a finire quei soldi: le tasse sulla benzina finanziano la ricerca ambientale, quelle sul fumo la ricerca sul cancro; non vanno a ripianare i danni della guerra d’Abissinia o del terremoto del 1900 a Messina».

L’elenco dei vantaggi del vivere svizzero è lungo. «La consapevolezza del bene comune si affianca al massimo rispetto della privacy, però c’è anche molto amore per l’arte e la cultura» sottolinea Maurizio Molgora, un grafico che dal 1997 vive a Lugano con la moglie e due figlie, e negli anni ha visto crescere la qualità degli immigrati dall’Italia. «Nella mia azienda ingegneri e architetti sono quasi tutti frontalieri, così come lo sono le donne delle pulizie, ma ora stanno arrivando tanti ricercatori universitari, che vivono nel mio quartiere e possono permettersi uno standard di vita che in Italia non si sognavano neanche». Dunque la Svizzera è davvero un paese ideale per gli italiani? Probabilmente per un tributarista è così, come conferma Giuseppe Marino, commercialista milanese e docente alla Bocconi, «perché hai la certezza dei rapporti tra fisco e contribuente» e perché «la pressione fiscale è più bassa e più equa». Il sistema tributario, continua Marino, non subisce gli stessi scossoni normativi del nostro, anche grazie allo strumento referendario: «In Svizzera c’è un forte controllo sociale sulla spesa pubblica e ogni nuova tassa può essere giudicata dal popolo».

Il fisco e la burocrazia pesano. Ma a spingere un numero crescente di italiani a varcare la frontiera di Chiasso è tutto un sistema che offre regole certe e certezze di vita. È così anche nella giustizia. Dice Sapelli: «Vista da un Paese come il nostro, che sta andando a pezzi e dove ci sono magistrati che sequestrano le tesorerie delle aziende, com’è accaduto all’Ilva di Taranto, la Svizzera è ancora uno stato che funziona e offre garanzie». Non è poco, per chi ha voglia di cambiare vita e di lavorare, e figli ai quali offrire un futuro migliore.

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