Sigarette elettroniche: quanto business in un po’ di vapore

Nell’attesa di capire se la e-cig verrà tassata, il suo inarrestabile boom ha finito per attirare le stesse industrie del tabacco. Che si apprestano a lanciare modelli per svapatori

Un negozio di sigarette elettroniche (Credits: Alberto Bevilacqua)

Mikol Belluzzi

-

Fra poco anche il mitico Marlboro man, quello che tra un rodeo e l’altro attraversa le immense praterie in compagnia del suo cavallo, invece dell’immancabile sigaretta stringerà fra le labbra una più tecnologica e-cig. Persino il più grande di tutti, il colosso americano Altria, si è dovuto convertire al vapore e tra qualche mese lancerà una Marlboro per svapatori, per tenere testa a marchi blasonati come Camel, Lucky Strike, Winston e Pall Mall, già entrati in questo ricchissimo segmento di mercato che dagli attuali 14 miliardi dovrebbe arrivare a quota 300 in un decennio. Una crescita senza soste, che in Italia è diventata un vero e proprio boom, non intaccato dalle polemiche sui rischi per la salute degli svapatori scoppiate in questi mesi. Anzi, gli italiani che acquistano sigarette elettroniche e relativi liquidi nei 3 mila negozi spuntati come funghi in tutta la Penisola sono già 2 milioni, e a fine anno il giro d’affari arriverà a 500 milioni di euro, una volta e mezzo in più rispetto allo scorso anno.

Nelle altre casse, quelle dei tabaccai e dei Monopoli, quest’anno invece rischiano di mancare almeno 600 milioni di euro, un buco alimentato dalla e-cig, certo, ma anche dalla crisi economica e dal contrabbando, che crea un danno di altri 1,4 miliardi. Questo almeno fino a quando anche le sigarette elettroniche non verranno tassate: a maggio sembrava che la stangata fosse in dirittura d’arrivo, poi tutto si è bloccato in attesa di nuovi approfondimenti sulla catalogazione della e-cig come presidio per smettere di fumare o come prodotto alternativo alle bionde tradizionali. «Ma noi siamo i primi a volere che si metta un freno a questa giungla e siamo disposti a pagare» dicono Filippo Riccio, fondatore della Smooke, uno dei primi e maggiori operatori italiani della sigaretta elettronica con 250 negozi, e Massimiliano Mancini, numero uno dei liquidi Flavouart e presidente dell’Anafe, neonata Associazione nazionale fumo elettronico. «Anche perché, se lo Stato ci chiede soldi, a quel punto non può più dire che la e-cig fa male: diventeremo come sigarette, alcol e slot machine» prosegue Riccio, che si spinge oltre e chiede anche un patentino per chi vende questi prodotti al pubblico.

Intanto lui i negozi li apre all’estero, perché il mercato italiano è saturo. «Stiamo per aprire in Spagna, Portogallo, Albania e Marocco, dove la e-cig made in Italy è apprezzatissima». E anche Mancini conferma che i liquidi italiani vanno a ruba all’estero perché considerati trendy e soprattutto sicuri. Una considerazione, quella sulla sicurezza, che ha spinto un’azienda piemontese, la Italeco, a realizzare la prima sigaretta elettronica interamente prodotta in Italia e non in Cina: in alluminio riciclato, priva di fili interni, sostituiti da un chip, sarà un «big battery», cioè avrà dimensioni molto simili a un sigaro elettronico e costerà 140 euro. Per svapatori tricolori e superesigenti.

Leggi Panorama on line

© Riproduzione Riservata

Commenti