Sardex, la moneta per sostenere una regione

Come funziona il circuito, creato da quattro neolaureati, dove le imprese comprano e vendono senza usare l'euro. In Sardegna sono già 1200 e viene ora utilizzato dalla Regione per aiutare i giovani disoccupati.

Una moneta fatta di servizi e prodotti: ecco il Sardex, che vale 1 euro (credit:Imagoeconomica)

Giovanni Iozzia

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In Sardegna nel 2013 gireranno 12 milioni di euro che non si vedono. Perché non ci sono. Ma beni e servizi per quel valore saranno comprati e venduti, senza tirar fuori un euro appunto. E’ il giro d’affari previsto per quest’anno per Sardex , la moneta complementare pensata da quattro neolaureati (Gabriele e Giuseppe Littera, Marco Mancosu e Pietro Sanna) nel 2009 e oggi arrivata a una svolta significativa: un’istituzione pubblica, la regione Sardegna, la userà per un progetto di sostegno ai giovani senza lavoro.

Prove generali di separatismo monetario? «Macché! Non siamo dei pazzi che vogliono sostituire l’euro», dice Roberto Spano, 50 anni, da pochi mesi amministratore delegato dopo un anno di consulenza per dare una struttura di business all’idea di un gruppo di ventenni con il sogno di aiutare il loro territorio. Per far capire che non c’è alcuna ansia indipendentista e antieuropeista, ricorda che il Sardex, valore 1 euro, è una moneta complementare nato da un circuito di imprese che funziona come camera di compensazione di crediti e debiti. Le aziende si iscrivono pagando una quota fissa annuale in base al fatturato (mediamente 1000 euro, ma una no profit può pagarne anche meno di 400 e una grande azienda con centinaia di dipendenti fino a 4500) e da quel momento possono comprare dagli altri associati e maturare debiti che ripianeranno con i loro prodotti e servizi.

Un ritorno al baratto? «Assolutamente no», tiene a sottolineare Carlo Mancosu, responsabile della comunicazione. “Perché lo scambio non è diretto, fra due parti, ed è differito nel tempo. Io posso comprare oggi la carta per il mio ufficio da X e ripagarla in un altro momento fornendo la mia prestazione professionale o il mio prodotto a un soggetto diverso da X”. Insomma, si comincia a vendere e comprare senza tirare fuori soldi e soprattutto non si maturano interessi, né attivi né passivi. Non è vantaggio da poco di questi tempi. In Sardegna lo fanno già quasi 1200 imprese, con transazioni che nel 2012 hanno raggiunto i 4 milioni di euro e il ritmo è in crescita: solo nel mese di marzo appena finito è stato raggiunto il milione di euro e per la fine dell’anno si prevede di arrivare a quota 12. Il successo dipende dal numero di aderenti al circuito (che dovrebbero diventare 4000 entro il 2015), dalla loro varietà e dal corretto bilanciamento di crediti e debiti.

Nata come una piattaforma business to business (solo aziende e partite Iva), Sardex sta adesso sperimentando strade nuove con BtoE, business to employee: i dipendenti delle società aderenti potranno essere pagati in Sardex, se lo vorranno. E la sperimentazioni stanno rivelando possibilità inedite.

Racconta Spano: «Un’azienda in crisi ha evitato di mettere i dipendenti in cassa integrazione dando il 25% delle retribuzioni in Sardex e immettendo nel circuito parte del suo magazzino”. In un solo colpo si salva l’occupazione, non si riduce il potere d’acquisto dei lavoratori e l’impresa riesce a smobilitare parte dei prodotti fermi. L’impatto sociale non è da poco e forse anche per questo la Regione Sardegna ha voluto prima capire la moneta complementare e, dopo un anno di studio con l’aiuto della Bocconi, è entrata nel circuito. Primo progetto: un reddito di comunità per i giovani disoccupati. Cinquecento euro al mese che verranno pagati in Sardex. «Nella finanziaria che sta per essere approvata ci saranno 20 milioni di euro per i prossimi tre anni», spiega Mariano Mariani, direttore di Sardegna Promozione che sta coordinando il progetto. «L’obiettivo è aiutare 10mila giovani fra i 25 e i 35 anni». Potranno essere gli stessi per il periodo di durata del programma o ruotare. Sarà la giunta a fissare le regole nelle prossime settimane. Di sicuro dovranno ricambiare l’aiuto partecipando ad attività di avvicinamento al mercato del lavoro e a corsi per la creazione di nuove imprese. Per dopo, anticipa Mariani, si stanno valutando diverse opzioni: per esempio percorsi di apprendistato pagati per metà dalle aziende in Sardex e per metà dalla Regione. Dove prenderà i soldi eccedenti i 20 milioni stanziati? “Immettendo nel circuito nostri beni e servizi. Per esempio si potrebbero pagare in Sardex alcuni beni demaniali, alcune tasse minori o i trasporti locali”, spiega Mariani. Insomma, la moneta complementare circola bene. E si sta studiando come utilizzarla per sostenere il turismo, la ricerca e l’innovazione.

Alla base del successo c’è la fiducia reciproca e la vicinanza con il territorio. Per questo il progetto ha una base regionale. Ma non per questo è condannato a non espandersi. Anzi. Sardex, che si è appena iscritta al nuovo registro delle start up innovative, ha un fatturato di 560 milioni di euro, 15 dipendenti e una ventina di collaboratori che ricevono il 20% dei loro compensi in moneta alternativa, sta già mettendo le sue radice altrove, rispondendo a richieste che arrivano un po’ da tutta Italia. Con diversi nomi è già presente in Sicilia, Piemonte e Liguria. «Sono in costruzione nuovi circuiti in Abruzzo, Molise, Marche, Emilia Romagna», aggiunge Spano. “Cominciamo sempre con un operatore locale, che ha il controllo e la gestione. Noi mettiamo il know how, la formazione del personale, seguiamo lo sviluppo. La bioregionalità per noi è importante. Darsi credito prevede un forte senso della comunità”.

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