Nouriel Roubini: quattro rischi da tenere d'occhio nel 2013

Poche novità per l'economia, ma la tempesta perfetta potrebbe essere dietro l'angolo

Un'immagine delle recenti proteste a Il Cairo (Ed Giles/Getty Images)

Stefania Medetti

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Non ci saranno grandi novità per l’economia 2013, ma bisognerà fare attenzione a quattro possibili rischi. Parola di Nouriel Roubini, professore alla Stern School of Business della New York University e presidente di Roubini Global Economics . Secondo l’advisor economico dell’amministrazione Clinton, infatti, quello che abbiamo davanti sarà un altro anno di crescita media al 3%, con una ripresa a più velocità . Le economie più avanzate dovranno scontare un altro anno di crescita sotto il trend annuale (pari all’1%), mentre i mercati emergenti non si discosteranno da un +5%. Un doloroso deleveraging che implica una crescita lenta e l’austerità fiscale continueranno a essere il segno distintivo dell'anno e riguarderà anche gli Stati Uniti e le altre economie avanzate. Considerata la necessità di introdurre misure fiscali deflazionistiche nei mercati maturi, non è escluso il rischio di una ulteriore contrazione in alcuni Paesi.

Su questo scenario, dunque, aleggiano quattro rischi che potrebbero trasformarsi nella tempesta perfetta. Il primo rischio è il mini-deal sulle tasse degli Stati Uniti che non è stato completamente risolto dal fiscal cliff. «Prima o poi, infatti, gli Stati Uniti dovranno fare i conti con il tetto del debito , il ritardo nell’applicazione di misure di aggiustamento automatico della spesa e un accordo sulla spesa statale che permette alle istituzioni di funzionare anche in assenza di una legge», scrive l’economista. I mercati, dunque, potranno risentire del pericolo di un altro anno fiscale precario. E anche un mini-deal implica un significativo aumento della pressione fiscale, pari circa all’1,4% del Pil, di un’economia che non è arrivata nemmeno al 2% di crescita negli ultimi trimestri.

Il secondo rischio riguarda l’Europa: mentre le azioni della Banca Centrale Europea hanno ridotto i rischi nell’Eurozona - un’uscita della Grecia o la perdita dell’accesso al mercato per l’Italia e la Spagna - i problemi fondamentali dell’unione monetaria non sono stati risolti. Insieme all’incertezza politica, riemergeranno con tutta la loro forza nella seconda parte dell’anno. Dopotutto, la stagnazione e una vera e propria recessione - esacerbate dall’austerità fiscale, da un euro forte e dal proseguire della stretta creditizia . rimangono la norma in Europa. Il risultato, potenzialmente insostenibile, è un elevato stock di debito pubblico e privato. Inoltre, considerato l’invecchiamento della popolazione e la bassa crescita della produttività, il potenziale output potrebbe essere eroso in assenza di riforme strutturali più aggressive, in grado di rinvigorire la competitività, lasciando il settore privato senza alcuna ragione per finanziare il debito ormai cronico.

Terzo rischio: la Cina deve puntare su un altro round di stimoli fiscali, monetario e creditizio per mantenere un modello di crescita disequilibrato e insostenibile, basato com'è su un eccesso di esportazione e su investimenti fissi, alti tassi di risparmio e basso consumo. Entro la seconda parte dell'anno, il calo degli investimenti in immobili, infrastrutture e capacità industriali tenderà a crescere. La nuova leadership del Paese avrà qualche difficoltà nell’accelerare l’implementazione delle riforme necessarie per aumentare il reddito medio e ridurre il risparmio precauzionale; il consumo come percentuale del Pil non crescerà abbastanza velocemente per compensare questa situazione. Il pericolo di un duro risveglio entro la fine dell’anno è sempre più probabile.

Il quarto rischio è geopolitico e riguarda il Medio Oriente allargato - dal Maghreb all’Afghanistan e al Pakistan -, caratterizzato da instabilità sociale, economica e politica. La Primavera Araba, infatti, si sta trasformando nell’Inverno Arabo . E, mentre un conflitto fra Israele e Stati Uniti da una parte e l’Iran dall’altra resta improbabile, è chiaro che le sanzioni e le negoziazioni non riusciranno a convincere i leader dell’Iran ad abbandonare gli sforzi per sviluppare un programma nucleare. Con Israele che rifiuta di accettare un Iran armato e la cui pazienza sta per finire, iniziano a spirare venti di guerra. Risultato: la paura potrebbe far aumentare fino al 20% il prezzo del petrolio, portando a effetti negativi per le economie di Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina e India, per tutte le altre economie avanzate e per i mercati emergenti importatori di petrolio.

Una buona notizia c’è: «Le possibilità che si manifesti la tempesta perfetta – ovvero che tutti questi fenomeni diventino realtà nella loro forma più virulenta – è bassa, ma ognuno di essi ha il potere di mettere in stallo l’economia globale e farla rimpiombare nella recessione», scrive Roubini. E, mentre non è detto che emergano nella forma più estrema, tutti questi rischi potrebbero materializzarsi in una forma o in un’altra.

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