Redditi, in Italia disuguaglianza tra ricchi e poveri in forte aumento

Secondo una ricerca di Istat e Cnel, la differenza tra le entrate dei diversi ceti sociali è aumentata del 5,6%. E oggi siamo più simili a Usa e Inghilterra, che non alla Svezia

(Credits: Imagoeconomica)

Giuseppe Cordasco

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“Devo dire che a volte sinceramente mi sorprende tutta questa sorpresa”. Usa una battuta amara la professoressa Antonella Stirati, economista dell’Università Roma Tre, per commentare lo sconcerto che hanno provocato alcuni dati emersi da una ricerca condotta dall’Istat e dal Cnel sulle condizioni di vita delle famiglie italiane. Invece del classico Pil è stato adottato infatti un nuovo indicatore, detto di Benessere equo e solidale, che ha preso in esame una serie di parametri per giudicare le condizioni economiche del Paese. Ebbene, la fotografia che ne esce è impietosa e, tra i numeri più sconvolgenti, ci sono quelli che descrivono una realtà con circa l’11% degli italiani in grave difficoltà. Si tratta di circa 7 milioni di individui, 2,5 milioni in più di quelli registrati solo un anno fa.

ITALIA, I PESANTI EFFETTI DELLA CRISI

“D’altronde – attacca la Stirati – lo sappiamo tutti che il reddito di un lavoratore dipendente del pubblico o del privato, varia mediamente dagli 800 ai 1.200 euro al mese. Pensare che in queste condizioni, soprattutto quando siamo in presenza di una famiglia con figli, ci possano essere serie difficoltà ad arrivare a fine mese non sorprende assolutamente”. E proprio il tema dei redditi è uno degli elementi più significativi che emerge dalla ricerca, perché viene messo in luce un fenomeno di dilagante diseguaglianza che preoccupa non poco tutti gli osservatori. Il divario tra il 20% di popolazione più ricca e il 20% di quella più povera è aumentata infatti nel 2011, ultimo dato disponibile, del 5,6% e c’è da immaginare che nell’ultimo anno la situazione sia ancora peggiorata. “L’Italia negli Anni Settanta, dopo l’uscita dalla fase post-bellica – sottolinea la Stirati – era un Paese con un basso livello di diseguaglianza. Nel corso di questi ultimi decenni la situazione però è degenerata e oggi, non dico che assomigliamo a società di tipo sudamericano, ma di certo la nostra struttura sociale si è avvicinata enormemente a quella di Paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, che rappresentano le economie a più alta diseguaglianza tra quelle occidentali, piuttosto che a campioni dell’uguaglianza sociale come la Svezia”.

Una corsa all’arricchimento dei più ricchi e all’impoverimento dei più poveri che si può spiegare con il micidiale concatenarsi di una serie di trasformazioni politico-economiche. “Il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro , l’abbattimento di molti capo saldi del nostro welfare state e un’evasione fiscale dilagante che getta il peso erariale soprattutto sulle spalle del lavoro dipendente – attacca la Stirati –, hanno contribuito a minare dalle basi la solidità economica di molte famiglie a basso reddito. Oggi infatti i veri poveri della nostra società non sono gli anziani pensionati o i single, che pure non attraversano un buon momento, ma soprattutto le famiglie monoreddito con figli a carico, magari anche con un contratto a tempo indeterminato, ma che non riescono in nessun modo a far quadrare i propri bilanci”.

RECESSIONE, SE A RALLEGRARSI E' SOLO IL FISCO

E questo in un contesto in cui la spesa pubblica continua a calare nonostante forse non ce ne siano i presupposti oggettivi. “Il debito pubblico dell’Italia – fa notare infatti la Stirati – è cresciuto a partire dagli Anni Ottanta per ragioni di carattere finanziario, ossia per il peso degli interessi passivi che eravamo e siamo chiamati a pagare. Sul fronte della spesa sociale invece, i nostri stanziamenti per sanità e pensioni, ad esempio, sono inferiori a quelli di tanti altri Paesi europei”. E allora succede che le famiglie per far fronte a volte anche alle spese quotidiane siano costrette a rivolgersi alle banche e così nei primi nove mesi del 2012  la quota di italiani indebitati è schizzata al 6,5% rispetto al 2,3% del 2011. Senza contare che nessuno riesce più a mettere soldi da parte, visto che la propensione al risparmio, secondo sempre la ricerca di Istat e Cnel, nel secondo trimestre del 2012 è scesa all’11,5% rispetto al 15,5% del 2011.

“Uno dei nodi da sciogliere – aggiunge la Stirati – è quello dell’esiguità dei redditi da lavoro dipendente. Bisogna mettere un tetto ai guadagni dei manager e fare in modo che una quota più ampia di risorse venga ridistribuita in modo da aumentare gli stipendi. Solo così –conclude l’economista di Roma Tre – si può sperare in una ripresa dei consumi e quindi più in generale dell’economia nazionale”.

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