Soldi

I prestiti del futuro? Li concederà in pochi minuti l'intelligenza artificiale

La visione di Dan Schulman, Ceo di PayPal, che a Panorama racconta il futuro dei pagamenti reso possibile dalla tecnologia

PayPal-apertura

Marco Morello

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da San José (California)

Prestare soldi a chi oggi non riuscirebbe mai a ottenerli, magari perché intende aprire un’attività ad alto rischio nella periferia di una regione povera e senza un capitale robusto alle spalle. Concedergli comunque il finanziamento, in pochi minuti, non dopo attese sfibranti di settimane: «Potremo riuscirci davvero grazie alla tecnologia, incrociando dati, casistiche simili, algoritmi». Confrontando il profilo del richiedente con chi si è lanciato in un’impresa analoga, persino dall’altra parte del mondo, e alla fine ha avuto successo. O analizzando la presenza nella sua area di potenziali clienti, di una domanda ancora da soddisfare che premierebbe l’iniziativa. «Farà tutto parte di un processo complesso per democratizzare l’accesso ai servizi finanziari, che per oltre 2 miliardi di persone sul pianeta restano un privilegio».

È la visione di Dan Schulman, Ceo di PayPal (uno dei migliori dieci al mondo secondo una classifica stilata dalla rivista statunitense Fortune), ex presidente di American Express e membro del comitato del World Economic Forum che si batte per un’inclusione finanziaria globale: «Nei prossimi cinque anni, vedremo più cambiamenti di quanti ne sono avvenuti negli ultimi trenta. Avremo computer quantistici dalla potenza di calcolo strabiliante, connessioni mobili fulminee in 5G e potremo beneficiare di un contributo finalmente maturo da parte dell’intelligenza artificiale. Mentre il prezzo degli smartphone, le porte d’ingresso verso questo scenario, si abbasserà sensibilmente» riassume Schulman a Panorama durante un incontro a San José, nel cuore della Silicon Valley californiana, nel quartier generale della sua società.

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Dan Schulman, Ceo di PayPal – Credits: PayPal

PayPal è un colosso con quasi 300 milioni di utenti sparsi in oltre 200 mercati. Una corazzata dei pagamenti capace, in media, di autorizzare 600 transazioni al secondo, verificando in un pugno di attimi che siano legittime. Bloccando quelle fraudolente con solerzia, se riscontra irregolarità: nella posizione (ci siamo collegati all’improvviso dall’altra parte del mondo), nelle abitudini di spesa (abbiamo sempre caricato spiccioli di credito sullo stesso numero di telefono, all’improvviso tentiamo di versare mille euro su una sim sconosciuta), in altre caratteristiche che ci identificano (la richiesta parte da un computer con il sistema operativo in russo, però siamo italiani). Di norma, non ci vogliono più di due secondi per smascherare queste anomalie. La medesima rapidità che in futuro verrà riservata ai prestiti con il turbo. Un laboratorio esiste già, si tratta del progetto «Working capital». Con tempi di approvazione medi inferiori al minuto, ha distribuito finora 10 miliardi di dollari a circa 225 mila commercianti che usano PayPal per incassare i frutti delle loro vendite: il cervellone conosce i loro guadagni, può prevedere le traiettorie che avranno con un’iniezione di capitale. Sono i dati a regnare sovrani, non gli umori mutevoli di un analista seduto dietro una scrivania.

Mentre l’azienda americana fonda il suo domani sui valori dell’inclusione, ha deciso di escludersi da Libra, la criptomoneta del vicino di casa Facebook (la sede del social network è a 25 chilometri da qui), che per strada ha perso altri big come Visa e Mastercard. La spiegazione ufficiale è che, per il momento, la priorità va ad altri progetti: «Le criptovalute, più che una moneta, sono una risorsa. Un asset in buona parte molto volatile» ci dice Sri Shivananda, il responsabile tecnologico della compagnia, con alle spalle una carriera lunga tre lustri in eBay. Leggendo tra le righe, è meglio mettersi a caccia di certezze, non di risorse che potrebbero rivelarsi più capricciose di un ottovolante.

In PayPal, piuttosto, si sperimentano metodi d’identificazione alternativi come sostituti delle carte di credito, dagli orologi fino agli anelli con chip incorporato. La vera rivoluzione, però, saranno i cosiddetti «pagamenti impliciti». Quelli che non richiedono un’azione specifica, un momento dedicato, perché sono la conseguenza ovvia di un nostro atteggiamento. Come quando scendiamo da un’auto di Uber e la corsa ci viene addebitata sul conto. O quando rinnoviamo tacitamente, perché non lo cancelliamo, l’abbonamento mensile a Spotify o Netflix.

«Grazie all’internet delle cose» ragiona Shivananda «il commercio sarà tutt’intorno a noi. I negozi non vivranno più dentro un’applicazione, entreranno direttamente in casa nostra». Compreremo dal frigorifero, semplicemente compilando la lista della spesa e inviandola al negozio online; dal televisore, cominciando a vedere una partita di calcio o una serie televisiva di una pay tv; dal diffusore musicale, chiedendogli di farci spedire a domicilio questo o quell’oggetto. Seppure a livello embrionale, alcune di queste innovazioni esistono già.

La paura, ragionevole, è che spenderemo di più senza nemmeno accorgercene. Dobbiamo prepararci a svenimenti di massa al momento della ricezione dell’estratto conto? A quanto pare no. A rassicurarci interviene lo stesso Schulman, chiamando di nuovo in causa la tecnologia: «Contribuirà a costruire la salute finanziaria di ciascuno di noi. Ci aiuterà a tenere sotto controllo le transazioni, a mostrarci cosa e come stiamo spendendo, a darci consigli pratici, utili a gestire e investire al meglio i nostri soldi». Se oggi abbiamo assistenti vocali che ci leggono le previsioni del tempo e i risultati di calcio, domani loro versioni avanzate ci diranno dove trovare gli stessi prodotti che amiamo, pagandoli meno. Arriveranno a sussurrarci come risparmiare, senza dover sopportare troppe rinunce. Tra tutte le moleste evoluzioni dell’intelligenza artificiale, almeno questa raccoglierà un consenso unanime: farà felice sia gli avari incalliti che gli spreconi dalle tasche bucate.

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