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Pir, tutti i rischi (e i costi) dei nuovi piani di risparmio

Nel 2017 hanno debuttato in Italia nuovi programmi di investimento progettati per sostenere l'economia reale. Ma c'è già chi li critica

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Andrea Telara

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Sono appena nati ma hanno ricevuto già la prima stroncatura. E' quella di Nicola Borri, ricercatore dell'Università Luiss e collaboratore del sito Lavoce.info che in un suo editoriale ha bersagliato di critiche i Pir (piani individuali di risparmio), nuovi strumenti di investimento che diverse banche e società di gestione si apprestano a lanciare sul mercato nel 2017, approfittando delle agevolazioni fiscali introdotte dal governo Renzi con l'ultima manovra economica.


Pir, cosa sono e come funzionano i piani individuali di risparmio


I pir sono nati con un obiettivo ambizioso e in teoria condivisibile: spingere molti italiani a utilizzare una parte dei loro risparmi per sostenere l'economia reale del Paese, investendo anche nelle piccole e medie aziende, senza invece riempirsi il portafoglio dei soliti titoli di stato, di obbligazioni, di conti di deposito o di fondi comuni.


Come funzionano i nuovi piani

Per valutare le critiche che Borri rivolge ai pir, bisogna innanzitutto avere presente come funzionano questi nuovi prodotti. Si tratta di piani di risparmio attraverso i quali è possibile investire in un'ampia gamma di strumenti finanziari: azioni, obbligazioni, conti correnti oppure in fondi comuni. Almeno il 70% del portafoglio deve essere destinato a titoli emessi da imprese italiane oppure da aziende europee, purché abbiano una stabile organizzazione in nel nostro Paese. Il restante 30% può essere destinato invece a qualsiasi altro strumento finanziario (compresi i conti correnti e i depositi bancari).


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I piani individuali di risparmio sono architettati per dare un sostegno soprattutto alle piccole e medie imprese (pmi). E' infatti previsto che almeno il 21% del portafoglio (cioè il 30% di quel 70% destinato alle aziende nazionali) sia investito da strumenti finanziari emessi da società diverse rispetto a quelle incluse nell'indice Ftse Mib della borsa di Milano o di altri listini stranieri. Grazie a quest'ultima regola, le risorse dei pir si indirizzeranno così in gran parte su aziende di dimensioni ridotte non quotate in borsa o quotate su piazze finanziarie “alternative” come per esempio l'Aim.


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I pir saranno inoltre destinati in prevalenza ai piccoli investitori. Non è infatti possibile accantonare con questi piani di risparmio una somma maggiore di 30mila euro all'anno e superiore nel complesso a 150mila euro (qualunque sia la durata del piano). L'aspetto forse più interessante dei pir è che godono di un'agevolazione fiscale: chi tiene i soldi investiti per almeno 5 anni in questi piani, infatti, non paga tasse sui rendimenti ottenuti e deve versare soltanto l'imposta di bollo dello 0,2%. Tutto bello, se non fosse per alcuni particolari che Borri mette in evidenza nel suo editoriale.


Le insidie per i risparmiatori

Secondo il ricercatore della Luiss, c'è il rischio concreto che a guadagnare di più con il business dei pir siano le banche e le società di gestione che li vendono, piuttosto che i risparmiatori che li acquistano. Innanzitutto, Borri sottolinea come gli incentivi fiscali introdotti per questi piani di risparmio favoriscano degli investimenti poco liquidi, cioè destinati a piccole imprese le cui azioni non sono facilmente vendibili sul mercato dall'oggi al domani. Inoltre, chi acquista un pir indirizza gran parte del proprio capitale su un solo paese, l'Italia, dove i risparmiatori hanno già sicuramente investito gran parte del proprio patrimonio, negli immobili così come nei titoli di stato. Si rinuncia così a costruirsi un portafoglio ben diversificato a livello geografico, cioè ripartito tra strumenti finanziari di paesi diversi, che si rivelerebbe molto utile nel caso in cui le cose in Italia dovessero volgere al peggio dal punto di vista economico o finanziario.


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Come se non bastasse, Borri mette in guardia dai pir anche per un altro aspetto: i costi. C'è infatti il rischio che le banche e le società di gestione del risparmio (sgr), usando le agevolazioni fiscali come specchietto per le allodole, colgano la palla al balzo per riempire questi prodotti di balzelli di vario tipo.“Uno dei primi Pir a essere collocati in Italia è il fondo Anima Crescita Italia che, da prospetto, richiede una commissione di entrata pari al 4% e una annua pari all’1,46%, oltre a commissioni di performance che entrano in gioco se i rendimenti superano alcuni livelli”, scrive nel suo editoriale Borri.

Su una somma iniziale di 100mila euro versati in un pir, per esempio, la sgr trattiene subito per sé una cifra fino a 4mila euro senza  investirla sul mercato. Inoltre, sempre su un capitale di 100mila euro, la società di gestione applica anche un balzello medio di 1.460 euro ogni 12 mesi per le attività di gestione, indipendentemente da come vanno i rendimenti del pir. Con questo livello di costi, insomma, i nuovi piani individuali di risparmio hanno buone chance di trasformarsi immediatamente per le banche e le sgr in una gallina dalle uova d'oro, mentre i rendimenti che possono offrire agli investitori restano ancora tutti da realizzare.


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