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Petrolio: perché l'accordo Iran-Arabia Saudita è storico

L'intesa tra i due paesi membri dell'Opec potrebbe allargarsi anche alla Russia per far tornare a scaldare i prezzi

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Per la prima volta in dieci anni l'Opec e i paesi non Opec sono a un passo dal raggiungere un’intesa per limitare la produzione di petrolio e scaldare così i prezzi che sono crollati in due anni del 60%, mettendo in difficoltà le compagnie petrolifere e portando sul lastrico paesi come il Venezuela, che basano la loro economia sull'esportazione del greggio.

La data da segnare è quella del 30 novembre, quando si svolgerà a Vienna, dove ha sede l’Opec, il meeting ufficiale dell'Organizzazione dei paesi produttori. Raggiunto l’accordo, per tagliare ulteriormente l’offerta globale il cartello cercherà poi il supporto anche dei principali produttori non Opec, in primis con la Russia (fuori dall’Opec ci sono anche gli USA, il Messico e la Cina).

E se tutto filerà liscio, forse a passare alla storia sarà un’altra data: 28 settembre 2016, la fine (si spera) della "guerra del petrolio" (cioè dei prezzi). Mercoledì ai margini del Forum Internazionale dell’Energia ad Algeri i paesi Opec hanno stabilito un taglio di 700.000 barili rispetto alla produzione di agosto per portare la produzione tra 32,5 milioni e 33 milioni.

Un accordo preliminare, ma che più di un analista ha definito già come "storico", considerando le posizioni distanti tra due dei paesi fondatori, Iran e Arabia Saudita. E che potrebbe riportare i prezzi tra i 50 - 60 dollari al barile - oggi viaggia sopra i 45 dollari. "Negli ultimi due anni tutti aspettavano questa riunione e una decisione ed è avvenuto in Algeria. Qualcosa è cambiato" ha detto Claudio Descalzi, numero uno di Eni.

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Cosa pensa il mercato
"Si tratta del primo taglio in otto anni e rappresenta un tentativo di sostenere il processo di riequilibrio reso difficile dal continuo aumento della produzione da parte di diversi Stati membri dell’Opec e della Russia negli ultimi mesi" commenta Ole Hansen, esperto di materie prime della danese Saxo Bank. Non a caso l’intesa ad Algeri giunge dopo settimane di corteggiamenti tra Riad e Mosca (paese amico dell’Iran), che ad agosto ha proposto una futura collaborazione per lo sviluppo dell’energia nucleare nella penisola arabica.

In altre parole, alzare i prezzi ora converrebbe anche ai sauditi. "Il cambiamento annunciato ieri, è secondo noi dovuto innanzitutto alla consapevolezza che il piano Vision 2030, per diversificare l’economia saudita, ha bisogno di un prezzo del petrolio maggiore, dal momento che a mettere in moto il piano è la vendita di un pacchetto azionario Saudi Aramco, che dipende dal prezzo del petrolio"  aggiunge Charles Whall del fondo di investimento sudafricano Investec Asset Management secondo cui entro fine anno il prezzo del petrolio potrebbe giungere a 60 dollari al barile.

Dietro lo stallo in seno all'Opec c'è (o meglio c'era) il braccio di ferro tra Riad e Teheran, che non è solo geopolitico per l’influenza sul Medio Oriente ma anche economico: dopo la fine dell’embargo imposto da USA e Ue, l’Iran è tornata infatti a esportare petrolio a pieno ritmo.

Oggi esporta 3,6 milioni di barili al giorno e l'obiettivo è superare i 4 milioni, ossia ai livelli pre-embargo. Un livello comunque inferiore a quello dei sauditi, che sono i principali esportatori al mondo, soprattutto verso l'Europa e l'Asia, e che in questi mesi hanno spinto ai massimi la produzione (10,7 milioni di barili al giorno). 

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I dubbi sull'intesa
Riad negli scorsi mesi ha offerto a Teheran di tagliare la sua produzione. In cambio i sauditi hanno chiesto agli iraniani di congelare la loro quota. Una proposta rispedita al mittente dall'Iran al vertice di Doha la scorsa primavera. Mercoledì, però, a sorpresa l'accordo sul taglio, anche se non mancano le perplessità. Alcuni fanno notare che l'intesa ha ancora una natura troppo preliminare per avallare l'entusiasmo.

Non è chiaro, ad esempio, quali saranno i Paesi che procederanno al taglio della produzione: alcuni Stati membri (Nigeria, Libia e Iran) saranno probabilmente esclusi dall’accordo e sarà proprio l'Arabia Saudita, che negli scorsi mesi ha portato avanti una strategia "pump-and-dump" (estrarre di più per abbassare i prezzi e tagliare fuori la concorrenza), a sostenere il maggiore sforzo.

Altri fanno notare particolari squisitamente tecnici, come quelli sulle stime sulla produzione: "Verranno fatte delle stime indipendenti o ci si affiderà ai dati dei singoli Paesi, che spesso tendono a essere superiori?" si chiede scettico Holsen. Ma il diavolo, si sa, sta proprio nei dettagli.

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