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Petrolio: cosa muove il prezzo dell'oro nero

Il settore è stato vittima della più grande crisi dagli anni '90 e fatica a riprendersi: giù di oltre il 20% le quotazioni da inizio anno

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– Credits: iStock - kodda

Il prezzo del petrolio torna a preoccupare gli investitori. L'oro nero è la materia prima per eccellenza. Lo è stato nel '900, quando ha soppiantato il carbone, la commodity della prima rivoluzione industriale. E lo è ancora oggi, nell'era del web e dell'economia digitale.

Dal petrolio, infatti, dipendono molti settori, ancora tutta l'industria chimica (basti pensare alla plastica) e gran parte di quella dei trasporti (auto, camion e aerei): ovvio, quindi, che il prezzo di questa materia prima abbia effetti sull'inflazione e sui mercati finanziari. Per il greggio, del resto, si fanno guerre e assieme al gas naturale - altra materia prima fondamentale per le economie mondiali - è sinonimo sempre più spesso di geopolitica.

Ecco perché il corso del greggio è un tema in primo piano sui mass media di tutto il mondo. Ma se tutti ne parlano, come si determina in realtà il prezzo del petrolio?

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Come funziona

Quando leggiamo sui giornali o sul web che il prezzo del petrolio è, ad esempio, di 50 dollari al barile, non si intende il prezzo di un barile vero: è il prezzo del petrolio che risulta dalle attività di trading su questa materia prima in Borsa.

Detto altrimenti, la quotazione del greggio rispecchia la percezione che hanno i trader dell'andamento futuro del prezzo di questa commodity e non tanto il prezzo "reale" in raffineria.

Le piazze finanziare dove si fa il prezzo del petrolio sono infatti due: il NYMEX di New York, dove vengono scambiati i derivati sul Light Crude, il petrolio del West Texas Intermediate (WTI), e l’ICE di Londra, dove si quota invece il Brent, il greggio estratto nel Mare del Nord.

Il petrolio di carta

L'unità di misura è espressa in dollari al barile: un barile virtuale perché ha a che fare con i derivati scambiati in Borsa.  

Questi derivati si chiamano futures: sono contratti che impegnano a comprare e vendere una quantità di petrolio in un momento nel futuro e a un determinato prezzo. Servivano, un tempo, ai produttori e ai compratori per garantirsi dalle eccessive oscillazioni dei prezzi, mentre oggi sono diventati uno strumento per fare soldi in Borsa.

Il prezzo del petrolio, quindi, è più che altro il prezzo del petrolio di carta: il valore che dovrebbe avere secondo i traders e che dipende soprattutto dal loro "sentiment" (come si dice in gergo) e solo in parte dal valore del petrolio reale.

L'ottovolante

Nonostante i recenti accordi tra i paesi produttori (Opec e non Opec) da inizio anno a metà giugno il prezzo del petrolio è crollato del 20% portandosi a 45 dollari al barile.

Ma negli ultimi tre anni è stato un continuo su e giù: nel giugno del 2014 ha raggiunto i 104 dollari al barile. Un anno dopo è precipitato a 40 dollari portandosi a 30 dollari, a inizio 2016, per poi risalire ancora verso quota 50 dollari negli ultimi mesi dello scorso anno.

La volatilità

Come si spiega questa accentuata volatilità dei prezzi? Dipende da tanti fattori, ma non solo dalla geopolitica, anche se tutti pensano il contrario.

Lo ha spiegato di recente a Euronews Patrick Pouyanné, presidente e amministratore delegato di Total, uno dei sei maggiori gruppi petroliferi del mondo: "La dimostrazione sono gli ultimi due anni, in cui il mercato è stato influenzato da domanda e offerta: è questo il criterio fondamentale per il prezzo del petrolio".

Poi, certo, c'è anche un fattore geografico: il gas e il petrolio sono concentrati in 8-10 paesi che hanno l’80 percento delle risorse: paesi del Golfo, Russia, Iran, Arabia Saudita e USA. Ecco perché "ci si imbatte per forza in fattori geopolitici che si legano al prezzo".

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Il surplus di petrolio

La spada di Damocle per il settore è rappresentato dalla capacità mondiale di sopportare il surplus di petrolio. Il motivo è presto detto: la produzione è aumentata negli ultimi anni, mentre il consumo (soprattutto in Cina) è diminuito.

La International Energy Agency e la Energy Information Administration statunitense nel settembre del 2016 hanno lanciato il campanello d'allarme parlando di una "bomba di surplus di petrolio": se la situazione dovesse continuare, ci sono poche speranze di trovare un equilibrio fra offerta e domanda in futuro.

Tra l'Opec e lo shale oil

La responsabilità, come evidenziano le due agenzie, dipende in larga parte dall’alta produzione dei paesi appartenenti all’Opec e in parte dalla capacità di ripresa dello shale oil, il petrolio estratto dalla frantumazione di rocce bituminose nel Nord America.

Negli ultimi dieci mesi il numero degli impianti in funzione è salito da un minimo di 262 ad oltre 600, mentre la produzione è aumentata di quasi 0,35 milioni di barili a giorno.

L'effetto Trump

Il neopresidente, infatti, ha dichiarato più volte di essere fortemente intenzionato a far raggiungere al più presto agli Stati Uniti l’autosufficienza rispetto al cartello dei Paesi esportatori di petrolio.

Secondo gli esperti questo piano è possibile da concretizzare: le riserve naturali di shale oil, le importazioni da Messico e Canada (due paesi non Opec) e lo sfruttamento di energie rinnovabili giocano a favore del progetto del tycoon newyorchese.

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