Perché il crollo di Wall Street (e delle Borse mondiali) era nell'aria

Gli analisti di Goldman Sachs l'avevano detto a fine gennaio: ma è solo una correzione dei mercati e non l'inizio di una fase ribassista

Wall Street

Un'immagine di Wall Street al tramonto – Credits: iStock - MBPROJEKT_Maciej_Bledowski

Massimo Morici

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Gli investitori più esperti se l'aspettavano il flash crash, così come si dice in gergo, di lunedì 5 febbraio. Ad esempio, l’hanno detto, con sette giorni di anticipo, gli analisti azionari di Goldman Sachs, una delle banche d'affari americane più note. Il 29 gennaio hanno lanciato il sasso: Wall Street sta attraversando il periodo più lungo senza una correzione del 5 per cento.

C'era troppo ottimismo in giro: i primi segnali di un risk-off (cambio di umore in negativo sui mercati) si sono fatti vedere sul mercato delle criptovalute, che in meno di un mese ha più che dimezzato il suo valore. Poi è stata la volta delle Borse: neanche a farlo apposta, una settimana dopo l'allarme della banca d'affari, la borsa di New York è crollata di oltre il 4,6 per cento in un solo giorno, trascinando in rosso tutte le Borse mondiali all'apertura successiva.

I campanelli d'allarme

Ma appunto, secondo Goldman Sachs, era più che prevedibile. L'indicatore sviluppato internamente dalla banca d'affari per misurare l'appetito per il rischio degli investitori a gennaio era prossimo ai livelli più alti di sempre: indicava una fase vicina all'euforia cui, in genere, seguono ondate di vendite. Anche un altro indicatore utilizzato dalla banca, che serve a monitorare le fasi rialzista e ribassiste dei listini azionari, nelle scorse settimane era giunto a un passo dalla soglia di guardia.

Presto per togliere le fiches

Sta, dunque, arrivando la prossima crisi? Calma. Quello della banca d'affari non è un segnale di ritirata. È presto, insomma, per togliere le fiches dal tavolo. "Restiamo in sovrappeso di azioni e pensiamo che il rischio di un Bear market sia basso - hanno scritto gli analisti - anche se una correzione sta diventando sempre più probabile". Motivo? "La presenza di bassa inflazione e di politiche monetarie che resteranno accomodanti suggeriscono che una correzione sia più probabile di una fase ribassista di mercato".

La correzione dei mercati

I fondamentali dell'economia e delle aziende americane, infatti, sono ancora solidi e, anche se il ciclo economico è maturo, è forse presto per dire che la prossima recessione sia ormai alle porte. Come scrive Goldman Sachs, potremmo trovarci di fronte a un calo superiore anche al 10 per cento ma all'interno di una fase rialzista (Bull market, fase Toro), appunto una correzione: l'S&P 500, il principale indice di Wall Street, da fine gennaio è calato dell'8 per cento, l'Eurostoxx 50, il suo corrispettivo europeo, del 9 per cento.

Si inciampa, si cade, ci si fa un po’ male, ma poi si torna subito a correre. In genere la frenata può durare quattro mesi e altrettanti ce ne vogliono per recuperare le perdite. Diverse, invece, sono le fasi ribassiste (Bear market, fase Orso), come quella vista nel 2008, quando Wall Street perde in media il 30 per cento del proprio valore e impiega dai 13 ai 22 mesi per tornare ai livelli prima del crollo.

Cosa pensano i gestori

Goldman Sachs non è l'unica a pensarla così. Anche per altri esperti dovrebbe (ma il condizionale è sempre d'obbligo) trattarsi di una correzione, dopo una fase di ipercomprato. Gli investitori "ingenui", insomma, possono essere perdonati se hanno pensato che il cielo stesse crollando su di loro guardando ai mercati che reagivano al più grande sell off su Wall Street degli ultimi sei anni. La pensa così Steven Andrew, gestore della casa di investimento britannica M&G: "Accade spesso che, dopo guadagni molto repentini si possano osservare inversioni altrettanto rapide e questo spesso può succedere senza un chiaro elemento catalizzatore".

"Un arretramento non è certo un fenomeno raro nella storia finanziaria, ma in un mondo in cui il concetto di correzione è quasi sconosciuto e le azioni vengono da tempo percepite come un investimento immancabilmente remunerativo, la normalità di una flessione può apparire più difficile da sopportare" aggiunge James Bateman, gestore dell'americana Fidelity International, uno dei fondi di investimento più grandi al mondo.

L'orso apparirà nel 2019

Dopo il crollo di lunedì, ci sono quindi buone e cattive notizie per il futuro. "Quella buona è che non credo che questa sia la grande correzione del mercato che stiamo anticipando da tempo. La cattiva notizia è che attualmente i numeri indicano che gli investitori in Etf, nelle strategie quantitative e nei CTA a bassa volatilità con leva finanziaria sono quelli più colpiti dal sell off" ha concluso Eoin Murray, capo investimenti del fondo britannico Hermes Investment Management.

Per lui, l'Orso farà la sua comparsa nel 2019, anno della "tempesta perfetta in cui i rialzi dei tassi, le politiche di bilancio delle banche centrali e l'inflazione determineranno una correzione del mercato molto più ampia". Staremo a vedere.

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