Perché il Btp è sceso sotto il 2%

In attesa delle parole di Draghi lo spread con il Bund torna ai livelli del 2010

Mario Draghi, presidente della Bce – Credits: AFP PHOTO / DANIEL ROLAND

Massimo Morici

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Perché l’Italia va male e i titoli di Stato italiani invece vanno bene? Anzi, vanno alla grande: oggi per la seconda volta in tre giorni il Btp a dieci anni è sceso sotto il 2%.

La risposta non è immediata. I tempi in cui viaggiava al 6% non sono lontanissimi: a livello macro è cambiato poco, nonostante si siano alternati ben tre esecutivi dal 2011, al ritmo di quasi uno all'anno.

Eppure lo spread con il Bund, il decennale tedesco parametro di riferimento per l'Eurozona, nel novembre del 2011 raggiunse i 575 punti base. Oggi è sceso fino a 123 punti base (a 129 lunedì), su livelli che non si vedevano dal 2010.

Un rendimento che certo non attira i piccoli risparmiatori, abituati a cedole ben più sostanziose, ma che, se non altro, fa ben sperare al Tesoro: a questi tassi il costo per il finanziamento del debito pubblico si riduce, e di molto, permettendo di risparmiare miliardi di euro allo Stato.

Perché Mario Draghi è sempre più potente


Che economia reale e rendimenti dei titoli di Stato viaggino in direzioni opposte, invece, non è una novità per gli economisti, i quali sanno che le banche centrali, quando l'economia arranca, tendono a far scendere i tassi e a tenerli in basso il più a lungo possibile fino a quando non riparte la crescita.

Ed è quello che sta facendo in Europa Mario Draghi: la politica monetaria di Francoforte ha placato la speculazione e le aspettative di un massiccio programma di acquisto di titoli di Stato da parte della Bce sta spingendo il rally dei Btp sul mercato secondario in attesa della riunione di domani.

Ma perché nel 2011, quando l'Italia non era certo in una situazione migliore di quella odierna, i rendimenti dei titoli di Stato italiani finirono alle stelle? Allora a preoccupare gli investitori era una possibile rottura dell’area euro e i rischi di insolvenza dei paesi periferici, Grecia, Portogallo, Spagna e anche Italia.

Gli stessi, che valutavano ogni virgola riportata dalle agenzie di rating e leggevano in dettaglio i dati macro (deludenti, oggi come allora) del nostro Paese, oggi sembrano dar poco peso alla mancata crescita e alle differenze tra la periferia e la locomotiva dell'Eurozona, che tra l’altro ha cominciato a rallentare.

Oggi, infatti, sembrano contare solo i tassi a zero e quello che dice Draghi, aspettando l'annuncio di un prossimo quantitative easing.

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