Mifid 2: ecco quanto ci costano (sul serio) fondi e polizze

La direttiva obbliga le banche a indicare i costi in euro e i risparmiatori scopriranno tutte le commissioni che bruciano i guadagni

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Massimo Morici

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La rivoluzione della Mifid 2, la direttiva europea operativa dal 3 gennaio che impone una maggiore trasparenza nella vendita di strumenti finanziari ai risparmiatori, sarà soprattutto sul fronte dei costi. L'industria del risparmio, anche se cerca di non sbandierarlo ai quattro venti, teme che i risparmiatori (finalmente) riescano a raccapezzarci qualcosa fino ad arrivare a capire sul serio quanto costa ogni anno affidare i propri risparmi a una banca o a un consulente finanziario.

Fino ad oggi i fornitori di servizi finanziari hanno potuto celare i costi che addebitano ai clienti, senza giustificarli, dietro strutture commissionali complesse e articolate. La direttiva, però, obbliga gli intermediari a esplicitare tutti i costi anche in valore assoluto e non solo in termini percentuali di tutti i prodotti di risparmio, come fondi comuni, polizze a contenuto finanziario e gestioni patrimoniali.

Al di là delle percentuali

La maggior parte delle ricerche ha dimostrato, infatti, che i risparmiatori comprendono più facilmente valori in euro, senza contare che piccole differenze dei costi espressi in percentuale possono tradursi in grandi differenze in termini assoluti. Quanti e quali sono, quindi, i costi (occulti e non) dei prodotti di risparmio in Italia? In merito, è uscita in questi giorni una ricerca di Moneyfarm, un robo-advisor italiano che costruisce portafogli in Etf, fondi low cost a gestione passiva.

Le commissioni sotto la lente

Andiamo a vedere, dunque, quanto possono incidere tutte le commissioni che paghiamo sul rendimento dei nostri investimenti. Moneyfarm fa due esempi. Il primo è quello di un investimento di 6 mila euro in un fondo "target date", un tipo di fondo comune che eroga una cedola e che ha una scadenza, in genere non superiore a 5 - 6 anni. È l'alternativa piazzata dalle banche ai risparmiatori nell'era dei tassi a zero al posto dei Btp o delle obbligazioni bancarie, che rendono poco e non godono certo di buona reputazione dopo i casi di risparmio tradito degli ultimi due anni.

La zavorra dei costi

Entriamo nel dettaglio: l'investimento iniziale nel fondo a cedola è di 6.016,6 euro. Moneyfarm ipotizza un valore finale di 6.580 euro, grazie a un rendimento lordo del 9,4 per cento: 563,4 euro è il guadagno ottenuto a fine anno investendo in questo strumento (questa tipologia di fondi, in genere, è classificata tra i "flessibili": investono in azioni, obbligazioni e alcune tipologie di derivati a discrezione del gestore).

Questi soldi, però, non finiscono tutti in tasca all'investitore: la società che gestisce il prodotto e la banca che lo distribuisce devono essere (ovviamente) remunerate per il lavoro svolto. Il costo complessivo indicato nell'esempio, sulla base di quanto proposto effettivamente sul mercato, è del 3,3 per cento: sono 199,5 euro. A fine anno, quindi, il rendimento per il risparmiatore è in realtà del 6 per cento, che si porta a casa 363,6 euro.

Le spese "nascoste"

Sono circa 200 euro in meno "trattenute" dall'industria del risparmio: a cosa sono serviti questi soldi? Osservando il mercato e considerando quanto impone la Mifid 2, Moneyfarm ha provato a scomporre tutte le voci di spesa. I costi correnti (per le operazioni tecniche e tasse) sono bassi e pari allo 0,6 per cento del capitale investito: 31,4 euro sevono per pagare la banca depositaria; 3,4 euro per l'imposta di bollo e altri oneri fiscali, e 2,3 euro per i costi di intermediazione.

La gestione del fondo pesa per lo 0,7 per cento del capitale investito: 42 euro. Più difficile, forse, è giustificare i costi di entrata e uscita dal fondo, distribuiti sui 6 anni di investimento e pari al 2 per cento del capitale investito: 120,3 euro.

Le retrocessioni

Delle commissioni elencate, poi, non tutte finiscono a chi si occupa della gestione: la parte più consistente è retrocessa ai collocatori. Nell'esempio di 6 mila euro, parliamo di 29,2 euro (lo 0,4 per cento del capitale investito) prelevate dalle commissioni di gestione, 105,3 euro (pari all'1,75 per cento) dai costi di uscita e 9,8 euro dei costi correnti (0,16 per cento).

È il prezzo che implicitamente paghiamo per avvalerci della banca o del consulente finanziario - quest'ultimo è remunerato quasi esclusivamente con le retrocessioni e negli ultimi anni anche dalle commissioni per i servizi di consulenza vera e propria. In altre parole, abbiamo investito 6 mila euro ma, a prescindere dal rendimento del fondo, dobbiamo comunque sborsarne 55 per il gestore e 145 per pagare il consulente o la banca.

La logica win-win non vale sempre

Tutto bene? Questa volta, sì. Perché è andata a meraviglia, per tutti: il risparmiatore ha guadagnato e la banca ha incassato una generosa commissione, superiore al 3 per cento. Ma attenzione, la logica win-win non sempre funziona: a volte a guadagnare è solo la banca o il consulente finanziario.

Nel secondo esempio, infatti, Moneyfarm considera un portafoglio più ampio di 50 mila euro investito in cinque strumenti diversi: oltre ai 6.000 euro nel fondo a scadenza, compaiono anche 30 mila euro investiti in Btp, 2.100 euro in azioni, 3.120 euro in un fondo obbligazionario high yield (le obbligazioni societarie più rischiosi, detti anche junk bond) e 8.760 euro investiti un fondo azionario specializzato nei paesi emergenti.

Le commissioni battono i guadagni

Il risultato questa volta è davvero sorprendente: il risparmiatore, nonostante il rendimento complessivo del portafoglio sia positivo, per pagare tutte le spese incassa una perdita. Il motivo è presto detto: i 50 mila euro investiti in fondi, azioni e obbligazioni a fine anno hanno guadagnato complessivamente solo lo 0,98 per cento, e cioè 493 euro, mentre i costi ostenuti sono stati pari all'1,5 per cento del capitale investito, 743 euro circa. La matematica è implacabile, il saldo è negativo: -249,7 euro.

Mai limitarsi alle sole performance

Morale della favola: se il consulente o lo sportellista avesse fatto leggere al risparmiatore solo le performance, quest'ultimo avrebbe fatto spallucce di fronte al magro rendimento ottenuto dal portafoglio di investimenti, ma non penserebbe certo di averci rimesso. Controllando la documentazione a fine anno, scoprirebbe invece di aver investito 50 mila euro a inizio anno e di averne dopo 12 mesi circa 49.750.

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