Inflazione, e se un po' ci salvasse dalla crisi?

Anche Mario Draghi, presidente della Bce, ne sembra convinto: lasciar correre un po' i prezzi non farebbe male a un’Europa strangolata dall’austerità e dalla frenata dei consumi. Tesi sostenuta da autorevoli esponenti dell’economia internazionale. Che però si scontra con il no di Berlino

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Un carrello della spesa sulle montagne russe dei prezzi – Credits: Elaborazione grafica di Stefano Carrara

Stefano Cingolani

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Il primo a rompere il tabù è stato Olivier Blanchard nel febbraio 2010. E allora fu subito anatema. Adesso, invece, l’idea di dare la stura all’inflazione sta diventando l’ultima spiaggia per una economia mondiale che stenta a crescere e per una Europa caduta in stagnazione. «Una moderata inflazione aiuterebbe ad abbattere i rilevanti debiti pubblici accumulati in questi anni da diversi paesi» ha detto il 6 febbraio Adair Turner, presidente della Financial service authority, la Consob britannica. Quando Blanchard lanciò la sua provocazione, gli Stati Uniti stavano uscendo dal crac finanziario e in Europa si preparava la crisi dei debiti sovrani. Il capo economista del Fondo monetario internazionale, francese, docente al Mit di Boston, un luminare della macroeconomia keynesiana, pubblicò uno studio insieme con due collaboratori italiani, Giovanni Dell’Ariccia e Paolo Mauro. Sosteneva che le banche centrali avrebbero dovuto alzare l’asticella.

Oggi hanno come obiettivo un aumento del costo della vita pari al 2 per cento annuo; quando la pressione diventa troppo forte, girano la chiavetta e aumentano il costo del denaro. L’obiettivo corretto, secondo Blanchard, dovrebbe essere almeno il doppio. Con una inflazione al 4 per cento, la macchina produttiva avrebbe olio per gli ingranaggi e la politica monetaria maggiore spazio di manovra.

A due anni di distanza, Turner gli dà ragione. Di moneta ne è stata stampata tanta nel frattempo, ma è servita a rimpiazzare quella distrutta dalla crisi. L’Occidente, infatti, vive in potenziale deflazione: salari fermi, consumi piatti, materie prime (a cominciare dal petrolio) a buon mercato in termini reali, mentre la concorrenza asiatica spinge in giù anche i prezzi dei manufatti. Non solo, i debiti pubblici impediscono ai governi di usare i bilanci per rilanciare la domanda. Dunque, a mali estremi, estremi rimedi. Certo, l’inflazione non è una panacea. È una tassa occulta che taglia i redditi fissi, le pensioni, i risparmi non indicizzati. Quindi va maneggiata con cura e può essere solo temporanea. Ma l’ossessione per l’aumento dei prezzi è del tutto irrazionale.

Lo ha detto in modo chiaro, anche se diplomatico, Mario Draghi parlando agli industriali tedeschi. La Germania fa orecchie da mercante. Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, lunedì 11 febbraio ha messo in guardia dai rischi di una politica monetaria permissiva. Eppure, la battaglia è aperta e ormai l’ortodossia teutonica viene sfidata fin dalle fondamenta.

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