Soldi

La Fed alza i tassi: cosa farà la Bce

Perché la Banca Centrale Europea non seguirà quella americana prima del 2017

Draghi-Yellen

Andrea Telara

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Di nuovo in rialzo, per la prima volta dopo nove anni. E' il trend imboccato dai tassi d'interesse negli Stati Uniti, che ieri sono stati alzati di un quarto di punto dalla Federal Reserve, la banca centrale americana. Il costo del denaro Oltreoceano passa così dall'attuale “banda” dello 0-0,25% a un gradino superiore, spostandosi in una fascia tra lo 0,25 e lo 0,5%. Con questa mossa di Janet Yellen, governatore della Fed, la politica monetaria americana ed europea diventano sempre più divergenti. Mentre gli Stati Uniti iniziano ad adottare una strategia restrittiva, la Banca Centrale Europea continuerà invece a portare avanti le sue misure espansive.


La Fed alza i tassi, ecco chi ci guadagna e chi ci perde


Dopo l''ultima riunione dei vertici della Bce, infatti, il presidente Mario Draghi ha mantenuto allo 0,05% i tassi d'interesse nel Vecchio Continente e ha detto che il suo quantitative easing (Qe), cioè il programma di acquisto di titoli di stato dell'Eurozona, potrà durare fino al marzo del 2017 e non più sino all'autunno del 2016, come previsto inizialmente. Inoltre, è stato annunciato pure un taglio dei tassi d’interesse sui depositi che le banche tengono presso la Bce. Questi tassi erano già sotto zero, seppur di una quota marginale dello 0,2%. Di recente, la Bce ha deciso di abbassarli ancora fino a -0,3%, con un obiettivo ben preciso: indurre gli istituti di credito a non tenere parcheggiati i soldi presso la banca centrale (visto che è una scelta poco conveniente), per impiegarli piuttosto in prestiti alle imprese e alle famiglie oppure in moneta estera, favorendo così una una svalutazione dell’euro.


Cos'è il Qe, il quantitative easing della Bce


Mentre la Yellen si muove da una parte, insomma, Draghi procede nella direzione opposta. E probabilmente lo farà ancora per diversi mesi, cioè fino alla primavera del 2017. Capire il perché di questa divergenza nelle politiche monetarie non è difficile. Basta guardare l'andamento dell'economia su entrambe le sponde dell'Atlantico: mentre l'Europa continua ad arrancare, gli Stati Uniti hanno messo il turbo o comunque viaggiano a un ritmo sostenuto. Il pil americano, infatti, a fine anno crescerà di oltre il 2%, contro lo 0,8% dell'Eurozona, mentre la disoccupazione statunitense è pari ad appena il 5%, meno della metà di quella europea. Stesso discorso per l'inflazione, che negli Usa viaggia sul 2% su base annua, mentre nel Vecchio Continente è appena allo 0,2%.


Qe e tassi: perché Draghi ha deluso i mercati


Con l'economia che si è rimessa in sesto, dunque, gli Stati Uniti non hanno più bisogno di avere il denaro a costo zero. Anzi, la Federal Reserve lo ritoccherà all'insu' molte altre volte in futuro, seppur in maniera graduale con piccoli aggiustamenti ogni trimestre. Se i tassi d'interesse rimanessero ancorati ai livelli attuali, infatti, succederebbe quello che purtroppo è già successo in passato: una bolla speculativa sui mercati finanziari, creditizi e immobiliari, visto che il denaro facile spinge le famiglie a indebitarsi troppo e gli investitori ad andare a caccia disperata di un extra-rendimento, maggiore di quello offerto dai sempre più avari titoli di stato. In Europa, invece, lo scenario è ben diverso. L'economia e l'occupazione procedono ancora al rallentatore ma, purtroppo, la politica monetaria da sola non sembra essere sufficiente. Ci vorrebbe infatti anche una politica fiscale espansiva da parte dei governi europei, che oggi sono invece imbrigliati in strategie di bilancio di segno opposto, dovendo raggiungere in futuro il pareggio nei conti pubblici, a suon di tagli alla spesa o di aumenti di tasse.


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