Soldi

Dipendenza dal gioco: i numeri e l'impatto economico

Tra il 2006 e il2013 l'ammontare delle giocate è raddoppiato a 84,7 miliardi. Ma ecco perché diminuiscono i margini per lo Stato

Slot machine

Slot machine – Credits: SERGIO OLIVERIO / Imagoeconomica

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui ci si sorprendeva del fatto che la diffusione del vizio del gioco desse una mano ai conti pubblici. A cavallo fra il 2004 e il 2005 qualcuno disse addirittura che la "febbre del 53" ritardatario sulla ruota di Venezia, con i suoi flussi di giocate straordinari, aveva contribuito a far quadrare i conti della Finanziaria.

Una situazione forse ambigua dal punto di vista morale, cui si guardava tuttavia con un sorriso: un pizzico di irrazionalità di fronte ai problemi dell’economia e più in generale alle difficoltà della vita.

Da allora, a quanto pare, molte cose sono cambiate, rendendo la passione degli italiani per il piccolo gioco d’azzardo un fenomeno preoccupante sul piano sia economico che sociale. Lo sostiene uno studio appena presentato dalla Camera di commercio di Roma con il titolo "L’impatto del gioco d’azzardo sulla domanda di beni e servizi e sulla sicurezza urbana", da cui emergono evoluzioni profonde e finora poco osservate nel rapporto fra italiani e gioco.

I numeri al raddoppio

La prima è nei numeri assoluti: fra il 2006 e il 2013 l’ammontare complessivo delle giocate in Italia è più che raddoppiato, passando da 35,2 a 84,7 miliardi. Un incremento davvero impressionante se si considera che è avvenuto durante la peggiore crisi economica dal dopoguerra.

Ma la cosa più sorprendente è che questa crescita non ha determinato un aumento corrispondente delle entrate né per l’erario né per gli operatori. Al contrario. Dal 2010 i ricavi degli operatori si mantengono più o meno stazionari e le entrate erariali hanno cominciato addirittura a calare: dagli 8,8 miliardi di quell’anno agli 8,1 del 2013.

È esattamente questa contraddizione fra aumento delle giocate e diminuzione degli introiti ad allarmare di più, perché testimonia una diminuzione dei margini di guadagno e un corrispondente aumento del numero dei giocatori. "Gli italiani devono giocare sempre più numerosi e sempre di più" si legge nello studio, curato dal sociologo Maurizio Fiasco "perché sia possibile conservare le quantità assolute dei due fattori (denaro allo Stato e denari alla filiera dell’azzardo)".

Localizzazione delle sale

Diversi altri elementi sembrano confermare questa analisi. Primo fra tutti la localizzazione delle sale giochi soprattutto in periferia, dove vive la popolazione con redditi più bassi (e dove si sta concentrando un numero sempre maggiore di "compro oro" a suggerire l'idea che qualcuno arrivi a vendere le gioe di famiglia per poter giocare). Insomma, se un tempo il gioco era diffuso soprattutto fra i ricchi, ora pare sia diventato un vizio tipico dei poveri. Non per niente, mentre prospera il gratta e vinci, i vecchi templi dell’azzardo, come ippodromi e casinò, sono tutti in crisi.

Infine, qualche considerazione sull’impatto generale, non certo positivo, che il gioco d’azzardo esercita sull’economia. "La filiera di questo settore" ha spiegato l’autore della ricerca "è decisamente corta, ossia distribuisce pochissima ricchezza al di fuori delle sale giochi". Il che vuol dire che una buona parte dei quasi 85 miliardi di spesa annua sono sottratti a consumi che farebbero crescere molto di più l’economia del Paese.

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