Soldi

Borse cinesi, cosa aspettarsi adesso

Dopo il tonfo del mercato di Shanghai (-8,4%), gli indizi che portano a pensare che sui listini della Repubblica Popolare ci sia una bolla speculativa

Borse-Cina

Andrea Telara

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C'è o non c'è una bolla speculativa? Se lo chiedono ancora in molti a proposito delle borse cinesi e in particolare di quella di Shanghai che, nell'ultima seduta, ha preso una nuova batosta: -8,4% in un solo giorno, la peggiore performance mai registrata dal 2007. Non è andata meglio all'altra grande piazza finanziaria della Repubblica Popolare, quella di Shenzhen, che ha ceduto circa il 7% mentre Hong Kong ha contenuto le perdite (si fa per dire) attorno al 3%. Che sta succedendo dunque sui listini cinesi? Le ultime notizie sembrano oggi tutt'altro che buone: le borse della Repubblica Popolare sono infatti di nuovo in ritirata, dopo un recupero di oltre il 15% registrato a partire dalla prima settimana di luglio, quando le autorità monetarie di Pechino sono intervenute pesantemente sul mercato con l'acquisto diretto di titoli da parte della banca centrale e con la sospensione dalle quotazioni di molte azioni di tipo A (cioè quelle quotate a Shanghai e Shenzhen, che si distinguono dalle H-Shares, negoziate invece a Hong Kong).


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Ma sono proprio gli interventi delle autorità cinesi a finire oggi sul banco degli imputati, essendo giudicati da diverse case d'affari come dei tentativi maldestri di tamponare una bolla speculativa già scoppiata. “Dopo che il mercato cinese era raddoppiato di valore in soli dodici mesi, una correzione del 30% non dovrebbe essere di per sé un problema”, ha scritto nei giorni scorsi Maarten-Jan Bakkum, senior strategist della società di gestione Nn Investment Partners, il quale ha messo però in evidenza un altro aspetto importante: le autorità cinesi hanno adottato misure drastiche per stabilizzare il mercato, senza però ottenere alcun successo. Il problema, secondo il gestore, è proprio questo: le stesse autorità che hanno gestito molto bene il successo economico cinese degli ultimi decenni, ora stanno perdendo rapidamente la loro credibilità, con il rischio di un grave deterioramento della fiducia degli investitori. Dello stesso parere è più o meno anche Michael Lai, direttore investimenti della società di gestione internazionale Gam, secondo il quale, “gli ultimi provvedimenti adottati a Pechino non sono riusciti ad affrontare i problemi principali del mercato cinese: l’eccesso di leva finanziaria e il ricorso al cosiddetto margin debt, cioè il denaro preso a prestito dagli investitori per comprare azioni, la cui quantità è oggi ai massimi storici, ovvero attorno a 360 miliardi di dollari americani. Si tratta di soldi che girano sui mercati della Repubblica Popolare per generare altri soldi, insomma, e che sembrano destinati prima o poi a generare inevitabilmente una bolla speculativa e un capitombolo dei listini.


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Un po' più ottimista è Nitesh Shah, analista Etf Securities, società con sede a Londra che ha lanciato da tempo un exchange traded fund (etf), cioè un fondo le cui quote possono essere negoziate in borsa e che segue l'andamento di un listino di A-Shares, cioè di azioni quotate sulle borse della Repubblica Popolare. “Il recente crollo dei listini di Shangai e Shenzhen” dice Shah, “è avvenuto alla conclusione di un rally cominciato a marzo 2014 e conclusosi nel giugno scorso con un rialzo complessivo del 158%”. Dunque, secondo l'analista, la recente brusca frenata delle borse cinesi può essere vista più come “una correzione, che segue di un incremento fortemente accelerato”. Nel medio e lungo periodo, però, a detta di Shah i listini azionari della Repubblica Popolare beneficeranno ancora della continua apertura alla comunità internazionaledei mercati dei capitali cinesi. Resta da augurarsi che sia vero.


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