Soldi

Benzina, perché la corsa dei prezzi è ricominciata

A spingere i listini c’è il caro petrolio, ma nel nostro Paese non bisogna dimenticare il peso delle accise e di una rete distributiva inefficiente

rifornimento benzina

Giuseppe Cordasco

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Per gli automobilisti italiani torna l’incubo del caro benzina, con prezzi che sono schizzati decisamente verso l’alto con modalità che non si registravano da anni.

Secondo i dati forniti dal ministero dello Sviluppo economico infatti, il prezzo medio della benzina attualmente è tornato sopra quota 1,6 euro, portandosi a 1,606, ai massimi dal luglio 2015. Per quanto riguarda il diesel siamo invece a quota 1,483 euro al litro nel prezzo medio, ai massimi, in questo caso, dal giugno 2015.

Questo vuol dire che per un pieno di benzina di un'auto di media cilindrata ci vogliono oltre 80 euro, mentre per il gasolio sono necessari almeno 74 euro. Un anno fa ci volevano rispettivamente 76 e 68 euro, vale a dire il 5% e l'8% in meno.

Come si spiega questa impennata, che tra l’altro si registra proprio alla vigilia della stagione estiva, che dunque potrebbe diventare un salasso per milioni di vacanzieri? Le motivazioni, come vedremo, sono legate certamente all’aumento dei prezzi del petrolio, ma in Italia non bisogna mai dimenticare l’effetto delle accise e di una rete di distribuzione vecchia e poco efficiente.

Un barile che vola

A pesare sui listini dei distributori di carburanti è ovviamente innanzitutto il prezzo del petrolio, che da inizio del 2018 è aumentato del 17%: un anno fa il greggio americano (Wti) galleggiava intorno ai 50 dollari, mentre quello europeo (Brent) era più o meno a 52 dollari.

Da allora il mercato si è decisamente risvegliato, grazie all'estensione dei tagli decisi dall'Opec e alle tensioni geopolitiche internazionali in Medio Oriente. E tra l’altro lo scontro che proprio in queste ore si è riaperto tra Washington e Teheran, di certo avrà l’effetto di condizionare ulteriormente il mercato del greggio, visto che come noto l’Iran è uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo.

Il risultato è che in questi giorni le quotazioni del Wti viaggiano ben sopra i 71 dollari e il Brent supera i 78 dollari. Inevitabile dunque che tutto ciò si risenta alla pompa, ma questo fattore non basta a spiegare i rincari italiani.

Un nodo chiamato accise

È il caso di ricordare infatti che sul costo di benzina e gasolio, il peso del petrolio in Italia incide solo per poco più del 30%. Il resto sono accise e Iva, che l’anno scorso hanno fruttato alle casse dello Stato rispettivamente 27 e 12 miliardi di euro.

Da tempo si discute di voler intervenire quantomeno sulle accise, che in molti casi rappresentano retaggi di decenni passati. Basti pensare che noi attualmente paghiamo accise relative alle guerre in Abissinia, alle missioni in Bosnia e Libano, alla crisi del Canale di Suez, alla ricostruzione dopo i terremoti in Belice, Friuli e Irpinia, all'alluvione di Firenze e al disastro del Vajont.

Abbiamo citato non a caso accise del secolo scorso, proprio quelle su cui vorrebbe intervenire il nuovo governo in via di formazione tra Lega e M5S. Nella bozza di contratto circolata in queste ore si legge infatti dell’intenzione di tagliare 20 centesimi di accise, relative proprio a vecchi interventi fiscali sui carburanti. Una sforbiciata che però costerebbe alle casse dell’erario circa 6 miliardi di euro, e per la quale bisognerà trovare adeguata copertura.

Una rete vetusta

Ma a rendere se possibile ancora meno efficiente il mercato dei carburanti nel nostro Paese, ci pensa anche una rete di distribuzione ancora poco moderna. Sono ancora tante, troppe le pompe sparpagliate sul territorio nazionale, soprattutto se confrontiamo la nostra situazione con quella di Paesi a noi più vicini.

A questo proposito basti pensare che una reale e concreta razionalizzazione del numero dei distributori attivi sul territorio nazionale, dovrebbe portare a un taglio di almeno 6mila punti vendita: si dovrebbe cioè passare dalle attuali 21mila pompe a circa 15mila. Un problema che fa il paio con la poca propensione degli italiani a fare uso del self service, una modalità che in altri Paesi permette risparmi significativi.

Certo in questi ultimi anni le cose stanno cambiando, ma c’è ancora molta strada da fare per costruire una rete distributiva di carburanti davvero al passo coi tempi e che, in momenti come quelli attuali, sappia meglio assorbire le fluttuazioni del prezzo del petrolio, senza scaricarle puntualmente sulle spalle, o meglio sarebbe dire sui portafogli, degli automobilisti. Staremo a vedere.

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