Banche e credito alle imprese, i quattro passi da compiere

Avvicinare le aziende a nuovi strumenti finanziari, creare professionalità specifiche, tornare al modello cooperativo per contrastare la tendenza al credit crunch

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Antonella Bersani

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''L'economia italiana si trova ancora in una difficile transizione. Superarla con successo richiede l'impegno di tutti e il sistema bancario deve fare la sua parte''. Le parole del presidente di Bankitalia Ignazio Visco pronunciate in occasione dell’Assemblea delle banche italiane rilancia la solita domanda, la stessa dall’inizio della crisi. Perché le banche non fanno più le banche? Fare il banchiere non vuol dire fare il contabile con il pallottoliere. Significa rischio, intuizione, condivisione delle visioni imprenditoriali, ma nonostante gli appelli di Visco, del presidente della Bce Mario Draghi e le sue iniezioni di danaro fresco a bassissimo tasso di interesse, il cortocircuito del credito ancora non si sblocca. Tutti si lamentano, ma tutti hanno un po’ ragione. Persino le banche. Azzardando una metafora potremmo dire che negli ultimi anni il sistema ha dovuto indossare scarpe nuove. Ne aveva bisogno. Adesso però è il momento che il cuoio si adatti bene alla forma del piede.

Le scarpe nuove sono state realizzate con quattro elementi:

- gli accordi di Basilea 3 per la solidità dei bilanci,;

- la necessità di procedere alle grandi fusioni bancarie per competere sul mercato globale;

- la paura di indebitarsi ulteriormente a causa della crisi;

- la necessità di ammodernare il sistema del ricorso al credito.

L’adattamento delle scarpe al piede significa trovare una nuova sintesi nel rapporto tra banche e imprese. Gli imprenditori devono imparare a usare le fonti alternative di finanziamento, dal mercato azionario ai minibonds varati dal governo Monti. E le banche devono accompagnarli in questo, meglio se sviluppando al loro interno uffici e competenze di analisi che permettano di valutare la bontà di un’idea (anche di nicchia) e non soltanto la solvibilità dell’imprenditore. In buona sostanza, gli uffici di analisi delle idee e dei business plan (non contabile e non affidata a un software) potrebbero fare quello che le grandi banche internazionali non fanno più: il direttore di filiale che conosce bene aziende e territorio. E riesce a rischiare. Non fanno così le banche di credito cooperativo, quelle che si distinguono ancora oggi nel credito virtuoso?

FUTURO INCERTO
"La stretta del credito si allenterà nei prossimi mesi" spiega Michele Calzolari, presidente di Assosim e componente del direttivo di Italia Aperta, nuovo pensatoio tecnico ed economico liberaldemocratico. "Molti elementi supportano questa tesi e si sta già lavorando a un nuovo rapporto tra banche e imprese". Ma cosa ci dice che il sistema stia trovando la sua forma? Intanto è da sottolineare l’impegno preso dal ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni di modificare il regime fiscale relativo alle perdite delle banche sui nuovi crediti. "Come ha detto oggi il Presidente dell’ABI all’Assemblea dell’Associazione, ad oggi i prestiti non restituiti non si possono mettere a costo se non per lo 0,3 per cento" sottolinea Calzolari. "Il resto è da dividere sui 18 anni! È naturale che con una congiuntura come questa, con un alto rischio di insolvibilità da parte delle imprese, le banche stiano ancora più attente".

Il presidente dell'Abi Antonio Patuelli sottolinea come l’avarizia delle banche ha origini anche più lontane. "Basilea 3 ha imposto alle banche di accantonare una percentuale di capitale per ogni prestito d’impresa, questo per rafforzare i bilanci degli istituti di credito. Cosa che non viene invece richiesta se il denaro bancario viene impiegato in titoli di Stato. Se a questo aggiungiamo che i titoli di stato (nel momento delle impennate dello spread) garantivano più rendimento a fronte di un minor rischio, è chiaro che le banche hanno preferito mettere i soldi nei titoli di stato anziché nelle imprese".

Adesso però, la musica sembra cambiare. "Il rendimento dei Btp è diminuito , il denaro grazie alla Bce costa meno e le banche possono comunque chiedere agli imprenditori un interesse interessante. Oltre a questo, il mercato ha già sottoposto le aziende a una dura selezione naturale , portandoci naturalmente pensare che la stretta del credito sia destinata ad alleggerirsi". 

Certamente, da Basilea 3 non si torna indietro. I bilanci bancari restano vincolati, le banche hanno sempre paura di non vedersi restituire i soldi, e per uscire dall’emergenza il mercato del credito deve trovare altre valvole di ossigeno. "Negli ultimi 30 anni le banche non si sono preoccupate di educare i clienti imprenditori al mercato finanziario, gestendo personalmente i rapporti" sottolinea ancora il presidente Assosim. "Ora però è giunto il momento di farlo. Gli istituti di credito devono accompagnare le imprese sul mercato, spiegando che esistono strumenti di finanziamento diversi come il mercato azionario alternativo, il private equity, la finanza di progetto". Sul punto la discussione è accesa. In particolare sul ricorso e il funzionamento dei minibond, lo strumento di finanziamento per le piccole e medie imprese varato dal governo Monti e ancora inutilizzato. "Si discute se creare dei fondi had hoc, specializzati, in grado di valutare davvero il rischio di impresa e di raccogliere soldi sul mercato per venti, trenta o una quarantina di imprese per volta, diversificando il rischio" aggiunge Calzolari. "In questo modo si riuscirebbe a valutare a fondo la bontà delle idee e del rischio di impresa, sostenendo le imprese di minori dimensioni che lo meritano".

In poche parole, si tratta di valutare le aziende in maniera meno "spersonalizzata", considerandone le potenzialità. Come una volta facevano le banche territoriali. "Va detto però che anche la spersonalizzazione bancaria, seguita alle grandi fusioni, ha e aveva un senso. Serviva ad evitare i conflitti di interesse, le preferenze territoriali, le corsie preferenziali nei confronti dei grandi imprenditori inseriti nei Cda degli istituti di credito. Si tratta adesso di trovare la giusta via di mezzo". 

Per non chiedersi mai più perché i francesi ci comprano le aziende migliori

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