L'Argentina fallisce ancora, di chi sono le colpe

Il default di Buenos Aires è molto diverso da quello di 13 anni fa. Questa volta tutto dipende da una battaglia legale portata avanti dagli hedge fund americani

Manifesti in Argentina contro gli hedge fund “avvoltoi” americani il 1 agosto 2014 – Credits: Martino Rigacci/Ansa

Andrea Telara

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Due fallimenti in tredici anni. E' il record che rimarrà probabilmente scolpito negli annali della storia finanziaria, legato per sempre al nome della Repubblica Argentina, oggi finita di nuovo in default dopo quello da 100 miliardi di dollari del 2001. Tra la bancarotta registrata allora da Buenos Aires e quella di oggi, però, ci sono moltissime differenze, benché si tratti di due eventi legati l'uno con l'altro a doppio filo. Alle soglie del terzo millennio, l'Argentina finì in ginocchio schiacciata dai debiti. Oggi, invece, a dargli il colpo di grazia ci ha pensato una sentenza di un giudice statunitense, Thomas Griesa, che ha accolto le istanze di un gruppo di hedge fund, i quali pretendono dal paese sudamericano il pagamento di 1,5 miliardi di dollari, compresi gli interessi.

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I soldi in ballo sono una parte del vecchio debito dell'Argentina fallita nel 2001. Gli hedge fund li pretendono fino all'ultimo centesimo perché, a differenza del 90% degli altri creditori internazionali, non hanno accettato la proposta di ristrutturazione fatta a suo tempo dal governo di Buenos Aires, che prevedeva una svalutazione del 70% dei Tango Bond, cioè dei titoli di stato del paese sudamericano. La giustizia statunitense, competente per le emissioni di obbligazioni argentine in dollari, ha dato ragione ai fondi speculativi e bloccato gli altri pagamenti che Buenos Aires doveva effettuare in questi giorni negli Usa, sui nuovi bond frutto della ristrutturazione. Se prima non vengono accontentati gli hedge fund, ha sentenziato il giudice Griesa, nessun altro investitore può ricevere un centesimo di interessi. Le conseguenze di questa decisione, dunque, sono ormai sotto gli occhi di tutti. Poiché l'Argentina non è capace di onorare i propri debiti alle scadenze prestabilite, per la comunità finanziaria è tecnicamente uno stato insolvente, proprio come nel 2001.

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Questa volta, però, gli artefici della bancarotta abitano a Wall Street e sono esponenti di spicco delle comunità finanziaria. Sono i gestori dei “fondi avvoltoi” , come li chiamano a Buenos Aires, abituati a gettarsi sulle loro prede senza guardare in faccia nessuno. Tra questi, spicca il nome di Paul Singer, 69 anni, patron di Elliott Management Corporation, la casa d'affari che (attraverso l'hedge fund Nml Capital) ha pervicacemente portato avanti il braccio di ferro in tribunale con le autorità argentine. Dietro a questa sfida giudiziaria, tuttavia, non ci sono certo questioni di principio. Per Singer e colleghi, comprare i debiti di società o stati in bancarotta è una consuetudine che va avanti da anni ed è quasi sempre stato un affare.

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Dopo aver rastrellato le obbligazioni a prezzi stracciati, infatti, il finanziere americano le rivende una volta che i valori sono risaliti, se il fallimento non si verifica. In alternativa, se il debitore finisce a gambe all'aria, Singer ingaggia una dura guerra di carte bollate in cui chiede ai giudici di farsi rimborsare i titoli al loro valore nominale. Così ha fatto in Perù del 1996, dove in due anni è riuscito a guadagnare quasi 50 milioni di dollari. E così è stato pure in Congo, dove nel 2002 ha portato a casa una plusvalenza di oltre 100 milioni di euro. Ora che la stessa sorte è toccata all'Argentina, sorge spontaneo un interrogativo: chi sarà il prossimo?

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