Sigarette elettroniche: la guerra al business

Con la sola eccezione degli Stati Uniti tutto il mondo si schiera contro le e-cig e i danni economici creati

(Credits: Sean Gallup/Getty Images)

Claudia Astarita

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La guerra alle sigarette elettroniche è iniziata. Il motivo? C'é chi dice che i recentissimi divieti che proibiscono di utilizzare le e-cig in luoghi pubblici o affollati sia legato alla necessità di tutelare gli interessi, e la salute, di chi potrebbe trovarsi costretto, suo malgrado, a respirare "vapore passivo". Chi sostiene che la commercializzazione delle nuove sigarette sia stata troppo rapida e che il loro utilizzo vada disincentivato, almeno fino a quando non sarà stato chiarito il loro reale impatto sull'apparato respiratorio di chi le utilizza. Ma anche chi ritiene che dietro l'approvazione di questa raffica di divieti si nasconda l'interesse dello Stato a contenere i danni (e le perdite) che la nuova moda rischia di infliggere a multinazionali del tabacco, tabaccherie ed erario nazionale. Del resto, le ultime stime sostengono che, solo in Italia, i fumatori di sigarette elettroniche passeranno dagli attuali 400.000 a un milione entro fine anno, e che il giro di affari nel settore lieviterà da 200 a 500 milioni di euro. Triplicando in tempi rapidissimi le perdite per il nostro fisco.

IL PUNTO DI VISTA DEL FUMATORE

Cerchiamo di capire meglio come stanno le cose. Dal punto di vista del consumatore, abbiamo già detto che i vantaggi economici sono enormi. Perché chi è abituato a fumare una media di un pacchetto al giorno, passando alle e-cig si ritroverebbe con in tasca 1.365 euro in più. All'anno!

C'é però chi a forza di "svapare" si è ritrovato con gli occhi e le narici irritate. Ma è difficile capire se questo dipenda dagli aromi inseriti nella cigaretta virtuale, dagli ingredienti chimici inseriti dai produttori nel dispositivo elettronico che le fa funzionare, da un consumo eccessivo di vapore, o ancora dalla delicatezza della pelle dei fumatori virtuali (e non è un caso che il maggior numero di irritazioni sia stato riscontrato da donne). Tuttavia, se fosse possibile dimostrare che questi disturbi non sono legati al contenuto delle e-cig ma a un'intolleranza di tipo personale, uno stato che ha a cuore la salute della propria popolazione potrebbe limitarsi a specificare che in taluni soggetti le bionde elettroniche possono causare reazioni allergiche.

IL PUNTO DI VISTA DELLO STATO

L'apripista nella battaglia contro il fumo elettronico è stato il sindaco di Lomazzo, paesino della provincia di Como dove poco più di un mese fa è stata firmata un'ordinanza che proibisce l'uso delle e-cig negli uffici pubblici, nella biblioteca, negli asili e nelle scuole. Un'iniziativa seguita a ruota da Alitalia, Trenitalia e Trenord (la società che gestisce i trasporti sulla rete ferroviaria lombarda), che l'hanno bandita non solo da aerei e treni, ma anche da aree di scalo e stazioni. E nell'attesa che il Ministero della Salute chiarisca se vapore e fumo siano o meno assimilabili e dunque entrambi vietati nei luoghi pubblici, bar, ristoranti e locali pubblici si affidano al buon senso per non creare diverbi tra clienti. Anche se sempre più cinema stanno optando per il divieto. Con una giustificazione più che plausibile: l'eccesso di vapore potrebbe disturbare la visione in sala.

PRECEDENTI

Mentre l'Italia discute sui motivi che hanno indotto le istituzioni a imporre una serie di divieti relativi alla commercializzazione e all'utilizzo delle sigarette elettroniche, è opportuno ricordare che il nostro paese non è certo l'unico ad esprimere qualche perplessità sulla "sicurezza" delle e-cig. In Belgio, Danimarca, Estonia, Germania, Ungheria, Austria, Slovenia, Finlandia, Portogallo e Svezia le sigarette elettroniche alimentate a nicotina vengono parzialmente o integralmente gestite come prodotti farmaceutici. La Francia le considera "strumenti terapeutici" utili per aiutare chi desidera smettere di fumare.

Negli Stati Uniti la vendita delle sigarette elettroniche è libera (anche se pare che tanta apertura abbia, ormai, i giorni contati), nel Regno Unito e in Lettonia il loro status non è ancora stato regolamentato, mentre in Australia, Brasile, Cina, Norvegia, Singapore, Thailandia, Turchia e Uruguay le e-cig sono vietate. Ed è proprio l'interdizione cinese ad aver convinto tanti che le cautele (non solo) italiane non siano legate al desiderio di tutelare la salute dei consumatori...

Appena un paio di anni fa la Repubblica popolare aveva puntato molto sul business delle sigarette virtuali. Del resto, è stata la Cina a inventarle, nel 2003. Pechino ha scelto di puntare sia all'esportazione (già nel 2011, quando Pechino ha mosso i primi passi in questo mercato, Euromonitor aveva riconosciuto che le enormi potenzialità del settore, calcolando che le vendite complessive annuali avrebbero potuto raggiungere i cento milioni di dollari), sia sul consumo interno, consapevole che il vizio del fumo aveva già contagiato 350 milioni di persone. Poi, all'improvviso, il divieto. Presumibilmente per non perdere gli introiti legati alla commercializzazione delle sigarette tradizionali (che la Cina esporta da anni in tutto il mondo, a prezzi bassissimi).

Quantificare i danni per il fisco è molto difficile, ma se in tutto il mondo le e-cig vengono vietate "per motivi di salute" e le sigarette tradizionali no, una ragione (non sanitaria) ci sarà. E a noi italiani non resta che consolarci considerandoci dei privilegiati. Perché in un mondo in cui le entrate fiscali pesano molto di più dei benefici clinici, la scelta di limitarsi a vietare l'utilizzo delle sigarette elettroniche in taluni luoghi e circostanze e non il loro acquisto è estremamente liberale, se non all'avanguardia...

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