Economia

Salario minimo, se potessi avere 9 euro all'ora

Certe battaglie vanno dimostrate, perché in realtà nell'artigianato si è già sopra quella soglia

Operai lavoro

Guido Fontanelli

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«Perché i sindacati continuano ad accettare salari da fame da 3-4 euro l’ora e non sostengono un salario legale di minimo 9 euro lordi l’ora? Quali interessi rappresentano?» Risale al 25 giugno uno degli ultimi appelli lanciati dal Movimento 5 Stelle a sostegno della proposta d’introdurre un salario minimo in Italia. Il post pubblicato sul Blog delle stelle è un lungo j’accuse contro i sindacati, che, insieme alle organizzazioni degli imprenditori, hanno bocciato l’idea dei grillini. Ma ora scendono in campo anche gli artigiani che, con un loro studio sbugiardano le tesi del Movimento 5 Stelle: «Già oggi» sostiene l’Ufficio studi della Cgia di Mestre «nei principali contratti nazionali di lavoro dell’artigianato, che presentano i livelli retributivi tra i più bassi fra tutti i settori economici presenti nel Paese, le soglie minime orarie lorde complessive sono comunque superiori alla proposta di legge proposta dal Movimento 5 Stelle».

Premesso che la materia contrattuale è molto complessa ed è estremamente riduttivo analizzarne solo ed esclusivamente la retribuzione oraria lorda, il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo sottolinea che «quando le parti sociali rinnovano un contratto di lavoro, nello stabilire gli aspetti strettamente retributivi si tengono in considerazione anche gli altri istituti che non hanno un impatto diretto sulla busta paga, ma sono altrettanto importanti, poiché vanno a comporre il cosiddetto salario differito. Per esempio, le festività, i permessi, le malattie, la maternità, la formazione. Se, inoltre, teniamo conto degli straordinari, del Tfr, della tredicesima e quattordicesima mensilità e, ove esistono, del welfare aziendale e dei contratti integrativi territoriali, già oggi il salario minimo orario dei lavoratori interessati dai contratti collettivi nazionali è nettamente superiore ai 9 euro lordi chiesti dai 5 Stelle».

Ma anche non applicando una definizione così ampia della retribuzione, si scopre facilmente che oggi i salari minimi orari più bassi si avvicinano ai 9 euro e sono ben lontani dai 3-4 euro evocati dai grillini. L’indagine ha analizzato infatti i principali contratti nazionali del settore dell’artigianato, individuando i salari orari minimi inferiori a 9 euro e il numero di addetti interessati. Sotto la lente sono finiti i contratti dei settori benessere, alimentare, chimica gomma e vetro, grafici, metalmeccanici, legno. Non ci sono quelle dell’edilizia e dell’autotrasporto: in entrambi questi casi, tutti i livelli contrattuali sono al di sopra dei 9 euro lordi all’ora. Nelle sei categorie analizzate sono previsti in tutto 35 livelli contrattuali: in 21 di questi la paga oraria minima è inferiore ai 9 euro. Il salario orario minimo più basso riguarda il quarto livello del contratto di acconciatori, estetisti, barbieri e parrucchieri e ammonta a 6,59 euro lordi. Per i metalmeccanici, la categoria di lavoratori artigiani più numerosa, si passa dai 7,6 euro del quarto livello agli 8,8 del terzo livello per poi superare i 9 euro nei livelli successivi.

Quindi, sostengono alla Cgia, una legge che, calata dall’alto, imponesse un salario minimo di 9 euro si tradurrebbe in un aumento immediato dei costi per le imprese, con un effetto di trascinamento verso l’alto degli stipendi di tutti i lavoratori: «Se la proposta sostenuta dal ministro Luigi Di Maio diventasse legge, l’aggravio di costo in capo alle imprese artigiane sarebbe di almeno 1,5 miliardi di euro all’anno e coinvolgerebbe 527.741 lavoratori». «Tale costo aggiuntivo» precisa il segretario della Cgia Renato Mason «è comunque sottostimato in quanto non tiene conto dell’effetto trascinamento che l’introduzione del salario minimo per legge avrebbe nei confronti dei livelli retributivi che oggi si trovano sopra i 9 euro lordi. Appare evidente che, se si ritocca all’insù la retribuzione per i livelli più bassi, la medesima operazione dovrà essere effettuata anche per gli inquadramenti immediatamente superiori».

Oltre a ciò, l’Ufficio studi della Cgia di Mestre segnala anche il rischio che l’introduzione del salario minimo per legge potrebbe costringere le imprese delle aree più disagiate del Paese a licenziare i dipendenti (che a quel punto potrebbero chiedere temporaneamente il reddito di cittadinanza) e a spingerli verso il lavoro nero. È un’altra, secondo l’Ufficio studi della Cgia, la soluzione per rendere più pesanti le buste paga dei lavoratori: meglio ridurre il cuneo fiscale, in particolar modo la componente fiscale in capo ai lavoratori dipendenti. «Una proposta molto semplice e auspicata anche da molti esponenti di governo. Tuttavia, pare difficilmente praticabile: quando a dover “pagare il conto” è chiamato il fisco» commenta caustico Zabeo, «nel nostro Paese è estremamente difficile passare dalle parole ai fatti».

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