Rock ed economia: cosa succede all’economia quando la star prende tutto

Ecco come le dinamiche che regolano l’industria discografica aumentano le disuguaglianze fra ricchi e poveri

Un’immagine di Madonna ripresa alla prima di “Madonna: the MDNA Tour”, a Parigi (Dimitrios Kambouris/Getty Images)

Stefania Medetti

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La musica è cambiata. Nel suo recente discorso intitolato “Il Paese della speranza e dei sogni ”, Alan Krueger, capo consigliere economico della Casa Bianca, ha tracciato un parallelo fra l’economia e il rock. Secondo l’economista, prossimo al ritorno a una cattedra a Princeton, le regole che governano l’industria discografica sono le stesse che plasmano le condizioni economiche. La sua, dunque, è stata una lezione sulla "rockonomics": “La musica è un micro-cosmo che riflette quello che succede nell’economia americana allargata”, ha dichiarato Krueger . E l’economia americana assomiglia sempre di più al modello “il vincitore prende tutto”, tipico dell’industria discografica. Come nella musica, dove il grosso del giro d’affari è catalizzato da una manciata di artisti, anche negli Stati Uniti, la maggior parte delle risorse sono in mano a un numero limitato di famiglie. 

“Mentre la maggioranza fatica a tenere il passo, la condizione di chi ha fortuna e talento continua a migliorare,”, ha dichiarato l’economista sottolineando come  spesso non sia facile individuare la differenza fra queste due variabili, come dimostrano Bob Dylan ed Elvis Presley che inizialmente erano stati rifiutati dalla Columbia Records. La tecnologia non ha fatto che accelerare le differenze. Nell’ambito discografico, infatti, la diffusione dell’Mp3 ha volatilizzato i guadagni dai dischi venduti e, dall’altra parte, ha permesso alle rock star di raggiungere un pubblico sempre più ampio

Dunque, a proposito dell’economia delle rockstar: dal 1982 al 2003, l’1% degli artisti più famosi è passato dal catalizzare il 26% delle vendite di biglietti ai concerti al 56% del totale. Allo stesso modo, l’84% dell’aumento totale del reddito registrato fra il 1979 e il 2011 è andato all’1% delle famiglie americane. E ancora, lo stesso trend si ritrova nei compensi dei manager: che oggi guadagnano fino a 200 volte di più dei loro dipendenti.

Adesso, gli Stati Uniti vivono una situazione di sperequazione sociale molto vicina all’ineguaglianza degli anni Venti. Nell’ultimo secolo, infatti, l’economia americana è stata governata da una sorta di “patto sociale” in base al quale tutti gli incrementi dell’economia sarebbero stati suddivisi fra i cittadini. Un approccio rafforzato dopo la Seconda Guerra Mondiale che ha retto fino alla fine degli anni Settanta, grazie a un sistema fiscale progressivo, al ruolo dei sindacati e all’aumento dello stipendio minimo. 

“Il patto sociale è stato una buona cosa per il business così come è stato una buona cosa per l’economia”, ha aggiunto Krueger. A partire dagli anni Ottanta, però, questo accordo ha iniziato a sgretolarsi e, da allora, il divario fra chi guadagnava di più e chi guadagnava di meno ha cominciato a farsi sempre più ampio. Gli Stati Uniti non sono un caso isolato: anche in Francia, Regno Unito e Svezia, secondo i dati resi noti da Krueger, l’ineguaglianza ha continuato a crescere, ma con aumenti di pochi punti percentuali, rispetto alla doppia cifra degli Stati Uniti.

Conclusione: “Abbiamo raggiunto un punto in cui l’ineguaglianza sta danneggiando l’economia”, ha concluso l’esperto, perchè l’ineguaglianza non arriva da sola, ma è accompagnata da alcuni fenomeni. In particolare, Krueger ne ha evidenziati tre: la bassa mobilità sociale, per cui è sempre più difficile per i giovani delle classi più povere riuscire ad emergere; la necessità per la classe media di ricorrere al credito per cercare (senza riuscirci) di mantenere il proprio livello di consumo. Infine, il rallentamento della crescita economica, perchè calando il potere di acquisto calano anche i consumi.

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